VUTQ: quello che scrivo
Wednesday, January 19, 2005
  Un bimbo in un parco Un bimbo in un parco

Ci sono dei giorni in cui ci si sveglia e sembra di essere riusciti ad inserirsi magicamente nel giusto flusso del mondo. Giornate in cui ci sembra di muoverci in sintonia col mondo, con la sensazione di non poter fare qualcosa di sbagliato neanche volendo. Ieri era una giornata così, e credo che almeno una parte del mio buon umore fosse legata al tempo, una bellissima giornata di primavera, arrivata quasi apposta per premiare il mio primo giorno di ferie dopo lungo tempo.
Uscii intenzionato ad andare al parco, che si trova non lontano da casa mia. In realtà potrebbe essere sulla luna, perché il tempo per andarci non l’avevo trovato per ben tre anni, da quando avevo cambiato caso. Tutte le mattine andando in ufficio passavo davanti ad un ingresso laterale che il guardiano apriva puntualmente alle sette. Si trattava di un signore troppo magro, con un enorme paio di baffi spioventi, con le punte rigorosamente all’insù, che con il resto del suo corpo sembravano non entrarci per niente. Come se i baffi non fossero suoi. Il resto del corpo era puntuale anche lui, ed effettivamente dopo tutto quegli anni anche i baffi sembravano essersi piegati alla puntualità della faccia che li portava in giro, però a malincuore. Il guardiano era tanto puntuale che se passando la mattina trovavo l’ingresso già aperto sapevo automaticamente di essere in ritardo per il lavoro. Ma sto divagando.
Ormai da diversi anni avevo preso l’abitudine di piazzarmi una settimana di ferie alla conclusione di ogni progetto molto impegnativo. Avevo almeno due buoni motivi per farlo: il primo era che mi dava un obbiettivo nei momenti bui (coraggio che poi si va in vacanza), ed poi perché uno degli effetti inevitabili di un progetto molto grosso è quello di accumulare lavoro che non si ha tempo di svolgere dopo la fine del progetto, e cioè quando invece dovresti poterti riposare. Con me stesso facevo finta che la settimana di vacanza facesse parte del progetto, baravo sulle date e dicevo a tutti di non rompermi le scatole fino al primo giorno utile, che era il primo lavorativo dopo la sacrosanta settimana di riposo. Dato che avevo preso anche l’abitudine di negoziare questa settimana prima che i progetti iniziassero, e dato che i miei committenti erano spesso disperati, in genere riuscivo sia a fare la settimana di vacanze che a farmela pagare come lavorativa. Invecchiando si diventa figli di mignotta. Quel giorno, comunque, era il primo. Normalmente il primo giorno di vacanza, nella mia fantasia malata di stacanovista, me la immagino sempre che inizi con un risveglio a mezzogiorno. In realtà il mio corpo continua a svegliarsi alle sei e un quarto come se fosse un giorno lavorativo, con in più la sgradevole novità che lo fa in automatico, senza bisogno della sveglia. Per dormire oltre le noce ci vogliono almeno tre giorni di vacanza, e l’abitudine tipicamente la conseguo il giorno prima di rimettermi a lavorare…
Comunque, insomma, per tutti i motivi di cui sto cianciando il primo giorno di vacanza ero in piedi all’ora solita, però non dovendo farmi la barba, vestirmi bene ed uscire, ero decisamente in anticipo sulla mia tabella di marcia consueta. Andai quindi al bar a fare colazione, comprai il giornale e cominciai fin da subito a godermi la bella giornata primaverile. Il termometro sopra al palazzo di fronte al parco indicava 22 gradi, che di prima mattina è un bell’andare.
Con il giornale sotto il braccio mi avviai verso il cancello in metallo che il guardiano stava giusto aprendo in quel momento. Me ne stetti un po’ in disparte mentre lo lasciavo armeggiare con i lucchetti e la catena che tenevano chiusi il cancello di metallo arrugginito. Mi stupii notando che i baffi si vedevano anche da dietro, spuntando sui due lati della testa, dalla mia prospettiva subito sotto le orecchie. Il guardiano indossava il solito giubbottino leggero beige, e anche se non lo avessi visto prima sapevo che sotto indossava una camicia senza cravatta con sopra un gilet, tutto di tinte del tutto casuali, ma genericamente sullo smorto. Le spalle piccole e spioventi davano l’idea che il guardiano non ritenesse che potesse valere la pena di decidere per un abbigliamento più consistente, tanto non gli sarebbe stato bene nulla. A mio modo di vedere, però, anche indossare sempre dei pantaloni grigi senza ombra di piega, calzini bianchi e mocassini non è che aiutasse, ma in fondo non erano affari miei. Alla buon ora aprì ed non era ancora rientrato in guardiola che io stavo già facendo il mio ingresso trionfale nel parco, deciso ad accaparrarmi la panchina nella migliore delle posizioni. Il guardiano fu un po’ stupito di vedermi entrare a quell’ora subito dietro a lui ma non diede segni di particolare interesse. Mi fece un cenno con la testa quando gli diedi il buongiorno, con l’unico risultato di fare muovere un po’ su e un po’ giù i baffoni. Dovevo anver fato non più di venti passi quando mi accorsi che evidentemente l’ingresso da cui ero entrato io non poteva essere l’unico in quanto c’erano già altre persone all’interno del parco. Tutte donne con bambini, immaginai baby sitter o mamme.
Camminai un po’, stupendomi di quanto fosse bello il parco accanto a casa mia, non molto grande ma decisamente gradevole, con molti alberi secolare e diversi edifici d’epoca, tutti ben tenuti . In meno di mezz’ora feci il periplo dell’isola verde e passai anche all’interno un paio di volte, da punti diversi, allo scopo di trovare la migliore panchina. Alla fine ne adocchiai una che si trovava sul lato di uno spiazzo piuttosto ampio, decisamente il posto più bello del parco, con anche una bella fontana nel mezzo, con tanto di zampilli e rumore d’acqua che scorre. Le panchine parallele alla mia sull’altro lato dello spiazzo erano tutte occupate, mentre la schiera di cui faceva parte la mia era invece del tutto libera. Lì per lì non capii perché ma ci volle poco per accorgersi che il lato opposto al mio era meglio esposto al sole. Probabilmente il lato dove mi trovavo io sarebbe diventato più interessante nel pomeriggio. Comunque non faceva freddo, ed in più ero abbastanza lontano da una tribù di sei o sette bambini, che stavano nei dintorni delle mamme e baby sitter consentendomi di leggere con intorno uno schiamazzo decisamente tollerabile, quasi gradevole.
Non è che le notizie che lessi fossero particolarmente interessanti, mi fossi soffermato sul loro significato mi sarei probabilmente intristito, ma il fatto è che non me ne importava un accidente, volevo godermi il mio giorno di vacanza, ed in omaggio a tutte le notte spese in bianco al lavoro, immaginandomi questa giornata al parco, dovevo fare quello che mi ero configurato come la Giornata di Ferie. Il che implicava necessariamente di leggere il giornale al parco. Eseguivo la prescrizione, si potrebbe dire. E difatti me la stavo godendo un mondo.
Ad un tratto mi accorsi che di fianco a me c’era un bambino. Non si stava occupando affatto di me, era accucciato e sembrava trafficare con un bastoncino che infilava in un tombino lì accanto, per poi guardare dentro, scuotere la testa e trafficare nuovamente. Si accucciò come si riesce a fare solo se si hanno cinque anni, con le braccia in mezzo alle ginocchia, usando il bastoncino tra le sbarre del tombino, come a cercare qualcosa. Era un bel bimbo, dall’aria pensosa, e sembrava molto indaffarato. Avevo lo sguardo corrucciato di chi si trova davanti un difficile problema da risolvere, di quelli da cui dipendono la vita o la morte.
Riportai lo sguardo sul mio giornale, pensando che fosse strano che la mamma o la baby sitter non fossero nei dintorni. Non so se capiti anche a voi quando leggete i quotidiani, ma a me succede che dopo averne sfogliato uno, e tipicamente questo mi accade tutti i giorni se ne ho il tempo, mi domandi se fosse valsa la pena di comprarlo o meno. Voglio dire, a volte arrivo alla pagina trenta o giù di lì e mi accorgo che probabilmente il giorno prima non era accaduto nulla di particolarmente rilevante, dato che le notizie riguardavano la politica interna o i consigli per come non scottarsi, che puntualmente uscivano sui giornali sempre in quel periodo. Mi ricordo che feci la riflessione che quel giorno il giornale non valeva la carta su cui era stampato. Particolarmente banali erano le pagine di approfondimento, il che mi faceva regolarmente girare le scatole. Voglio dire, da quando esiste Internet i direttori dei giornali non crederanno mica che i quotidiani i lettori li comprino per le notizie, no? Fatte salve quelle che ti possono essere sfuggite, la maggior parte di quello che si legge sui giornali è irrimediabilmente già vecchio prima che il giornale venga distribuito. Quindi se i giornalisti non si danno da fare per gli articoli di approfondimento, che li si paga a fare?
Con questo pensiero in testa decisi che avrei tenuto il giornale egualmente, dato che poteva venire bene per i cinema.
"Signore" – sentii dire –
Mi voltai. Era il bimbo del tombino.
"Sì?" . risposi .-
"Mi aiuta per favore?" – chiese guardandomi da sotto in su –
"Che ti è successo?"
"Mi sono cadute la chiavi nel buco" – disse indicando con un dito il tombino, però senza voltarsi. Sapete come fanno i bimbi di quell’età, no? Buttando indietro la spalla e basta…
"Nel tombino, dici?"
"Sì"
"Che chiavi ti sono cadute, quelle della macchina?" – scherzai –
"No quelle di casa" – mi gelò lui –
"Come, quelle di casa?"
"Eh, quella di casa mia. Se non le prendo non entro a casa"
"Ma quanto anni hai?""Cinque" – disse lui, facendo quattro con una mano. Teneva il pollice piegato e tutte le altre dita ben dritte – "mi aiuti?"
"Certo che ti aiuto, ma dov’è tua mamma?" – nessuna risposta, si strinse solo nelle spalle-
Avevo come l’dea che non fosse nei dintorni, la mamma. Ma come, un ragazzino di cinque anni – o forse quattro – da solo al parco alle otto del mattino? Con le chiavi di casa appresso?
Lo raggiunsi sul bordo del tombino, lui stava già guardando giù con quella sua aria corrucciata che avevo già notato prima. Mi passò per la mente che se mi fossero cadute le chiavi di casa in un tombino avrei probabilmente avuto la stessa faccia. Solo che io di anni ce ne avevo trentacinque.
Cercai di accoccolarmi come lui, ed in effetti era la posizione migliore Il tombino era ben illuminato e si poteva vedere come trenta o quaranta centimetri più sotto due chiavi di metallo tenute legate da un anellino di plastica grigia fossero sdraiate sul fango. Lateralmente si apriva l’imboccatura del tubo che certamente serviva a fare fluire l’acqua in caso di pioggia.
"Eccole lì" – disse il piccolo –
"Ah già, vedo" – dissi io –
"Con il bastoncino si riesce a raggiungerle?" – gli chiesi –
"Sì però non si riescono a tirare su" – disse lui. A quel punto eravamo imbronciati tutti e due – "Eh, ci vorrebbe un papà!" – concluse lui – "tu sei un papà?" – non so perché pensai che se gli avessi detto una bugia mi avrebbe scoperto.
"No, mi spiace, io non sono un papà" – mi guardò per un attimo e si vide distintamente la delusione dipingersi sul volto tondetto –
"Ah" – fu il suo unico commento. Si guardò in giro ma dovette decidere che forse era meglio un uomo non papà ma magari pratico, che una mamma o una baby sitter. In effetti del sesso forte ero l’unico rappresentante, e mi feci l’idea che questo non era l’unico motivo per cui aveva chiesto a me. Le mamme e le baby sitter passano direttamente a chiederti dove sia tua madre, invece che darti una mano quando ne hai bisogno.
In ogni caso raggiungere le chiavi non era facile. Provai a verificare se fosse possibile alzare la grata, afferrando le barre del tombino e tirando più forte che potevo. Niente da fare, sembrava saldato in terra. In più feci ad occhio il calcolo che probabilmente non sarei comunque riuscito a raggiungere il fondo del tombino col braccio anche nel caso in cui avessi tolto la copertura, era troppo profondo.
Casa mia a piedi era a venti minuti di distanza, e lì sicuramente avrei trovato qualcosa che potesse essermi d’aiuto, ma non so perché non ci pensai neanche. Non potevo lasciare lì il bimbo da solo e mi ero fatto l’idea che se fossi andato a casa ci sarei andato per niente perché certamente al ritorno non lo avrei trovato.
"Senti, facciamo così" – proposi – "provo a chiedere al guardiano del parco se ha del fil di ferro, facciamo un gancio e le tiriamo su, che te ne pare?"
Fece una faccia molto spaventata e scosse la testa a destra e a sinistra un paio di volte. Non gli pareva una buona idea.
Mi alzai in piedi perché avevano preso a formicolarmi i piedi.
"Come hanno fatto a cadere lì dentro?" – chiesi –
"Mi sono cadute dalla tasca" – tirò fuori la fodera della tasca per farmi vedere: c’era un buco grosso così
"Ho capito"
Sempre accucciato mi guardò, preoccupato del fatto che mi fossi alzato in piedi.
"Stai tranquillo, dai, in qualche modo facciamo"
"Anche se non sei un papà?" – volle sapere –
"Anche se non sono un papà"
"Va bene" – commentò, ma si vedeva che non era tanto convinto –
Mi guardai in giro in cerca di ispirazione.
"come ti chiami" – gli chiesi soprapensiero –
"Tu?" – chiese a sua volta –
"Andrea"
"Allora Andrea anche io" – rispose –
Lo guardai un attimo. Quel bambino mi stava mettendo in soggezione. Ma come sarebbe a dire allora Andrea anche io?
Mi toccai in tasca ma non avevo assolutamente nulla che potesse servirmi. Lui aveva sempre il suo bastoncino in mano ma aveva rinunciato ad usarlo. Semplicemente si era dimenticato di buttarlo via, a volte ai bambini capita.
"Senti, ma a casa tua non si può entrare dalla finestra? Magari ti aiuto" – Scosse la testa, non si poteva.
"Cerchiamo un papà?" – chiese lui speranzoso –
Mi stava dando sui nervi, questa storia del papà.
"Ma no dai, vedrai che in qualche modo facciamo"
Si mise tutte e due le mani in tasca e dondolò un pochino, ruotando il bacino e tenendo fermi i piedi.
Guardai in direzione del capottino del guardiano, che nel frattempo era uscito. Sulla parte posteriore si vedeva una specie di cortiletto con una serie di oggetti abbandonati: era un po’ lontano ma si vedeva degli attrezzi da giardiniere, dei vasi apparentemente dimessi, del materiale di risulta forse proveniente da lavori di ristrutturazione edile.
"Aspettami qui un secondo, non ti allontanare" – fece cenno di si con la testa, poi si accoccolò di nuovo a guardare nel tombino.
Camminando velocemente andai verso la guardiola del guardiano che però era vuota, doveva essere uscito. Non sapevo perché ma il fatto mi diede un certo sollievo.
Facendo finta di nulla mi avvicinai al cortiletto, dicendomi che se mi fossi fatto beccare in flagrante gli avrei spiegato la situazione. Il cortiletto era all’aperto, non c’era nessun cancello o recinzione, si trattava semplicemente di uno spazio di terra battura dietro la guardiola, di forma più o meno triangolare. Nel frattempo erano probabilmente le nove e mezza o le dieci perché il sole picchiava molto di più, dovevano esserci almeno venticinque gradi, ed io avevo decisamente caldo. Arrivato nel cortiletto con la faccia di uno che stia cercando il tesoro dei pirati mi guardai un po’ intorno ma non sembrava esserci nulla che facesse al caso mio. Sembrava una mini discarica, nascosta ad un eventuale osservatore dalla guardiola, che era di per sé poco più che un parallelepipedo di cemento, con una porticina in metallo, in quel momento chiusa. Mi voltai un secondo per vedere se Andrea fosse ancora lì, e lo vidi che era sempre nella stessa posizione di prima, come se pensasse di poter trasformare il proprio sguardo in una calamita ed estrarre dal tombino le chiavi per magnetismo telepatico. Sollevai un paio di assi marce seminando il panico in diverse colonie di insetti, senza trovare nulla di utile. Non un filo, un’asta, una canna della lunghezza giusta, nulla. Ad un certo punto mi avvicinai ad una fascina di arbusti, raccolti in qualche modo nell’angolo più distante del cortiletto. Era piuttosto grande e mi domandai se oltre non potessi trovare qualcosa di utile, per cui mi avventurai mettendoci un piede malfermo sopra: sembrava reggere.
Al secondo passo sentii un dolore lancinante al piedi sinistro, che sollevai immediatamente. La suola del mio mocassino leggero era stata perforata da qualcosa, che aveva anche punto la pianta del piede. Pensai ad un insetto, io odio gli insetti e credo sempre che vogliano farmi del male, ma alzando il piede mi accorsi che si trattava di un pezzo di filo spinato nascosto tra i rami secchi. Passando mentalmente in rassegna un’intera pletora di parolacce staccai il cavo acuminato accorgendomi che era piuttosto lungo, forse un metro e mezzo, ed arrugginito
"Stavolta mi becco il tetano" – pensai –
Presi il pezzo di filo spianato ed iniziai a tirare riuscendo alla fine a liberarlo, cercando al contempo di non ferirmi alle mani. Il pezzo di filo doveva essere stato conservato in rotoli perché aveva tenuta la curvatura e penzolava pericolosamente muovendo tutto intorno le sue spine acuminate e arrugginite. Alla fine riuscii a trovare una posizione relativamente comoda e mi trascinai il pezzo di filo spinato verso Andrea. A quel punto alcune delle mamme/baby sitter si voltarono vedendomi passare, ma io avevo altro a cui pensare.
Raggiunsi Andrea sotto il sole giaguaro
"Guarda cosa ho trovato!"
"Cos’è?"
"Filo spinato vecchio. Fai attenzione che punge, è pericoloso"
Si alzò in piedi ed arretrò di un passo, un pochino spaventato.
"Cosa ci fai?""Provo a usarlo per tirare su le chiavi"
"Ma è tutto storto. Eppoi mica ci arriva"
"Secondo me sì"
"Secondo me no" – adesso aveva il broncio –
"E non dirmi che ci vorrebbe un papà!" – gli dissi mostrandogli l’indice –
Lui mi guardò e abbozzò un sorriso. Era la prima volta che abbandonava l’espressione seria e mi parve proprio un bel bambino, un bel viso aperto, due grandi occhi marroni. Si mise le mani sui fianchi.
Io feci un pochino l’offeso e mi avviai verso la panchina, Andrea mi venne dietro,
"Ora cosa fai?"
"Vedo se riesco a raddrizzarlo"
La panchina era di quelle di metallo a doghe, come ce ne sono ovunque in Italia. La guardai un po’ e poi infilai il filo di ferro fra due barre di metallo, nel tentativo di deformarlo in modo da compensare la curvatura e dargli una forma un po’ più diritta.
Più facile a dirsi che a farsi, ma in qualche modo ci riuscii. Adesso veniva la parte difficile, perché oltre a non potere eliminare le spine che sporgevano e che rendevano difficile manipolarlo se non stando molto attenti, ora si rendeva necessario trovare il modo di creare un gancio ad una delle estremità. Già non ero sicuro che Andrea non avesse ragione, nel dire che forse il pezzo di fil di ferro fosse troppo corto. Ma se anche fosse stato lungo abbastanza, l’unica speranza consisteva nel riuscire ad approfittare dell’anello di plastica che teneva insieme le chiavi. Mi chinai per guardare sotto la panchina ispezionandola centimetro per centimetro fino a quando non trovai quello che speravo: in un punto sotto il sedile c’era una saldatura fatta male, che lasciava un buco tra gli elementi di metallo. Mi sedetti in terra e feci in modo di passare il filo dall’altra parte della panchina. Infilai uno dei due capi nel buco tirando il filo verso di me: adesso sette o otto centimetri di filo sporgevano dalla mia parte. Tenendo fermo con la punta delle dita la parte che sporgeva tirai l’altra parte del cavo al di sotto della panchina. Il buco funzionò da fulcro e riuscii a piegare il cavo. In qualche modo riuscii a liberare il filo spinato e mi ritrovai, tutto trionfante con un bel gancio in fondo al mio trofeo.
Andrea seguita da debita distanza, e per la prima volta parve pensare che forse tutto sommato una soluzione l’avrei trovata.
Trascinai il cavo verso il tombino e con mille difficoltà riuscii a trovare una posizione che mi consentisse di infilare il gancio dentro al tombino. Poiché il filo era rigido non era una posizione facile, ma in qualche modo calai giù il filo di metallo fino a quando non sentii che toccava il fondo del tombino.
"Fai attenzione che non va più giù"
"Che non vada" – dissi io – "si dice che non vada più giù"
"Vabbè" – commentò lui –
"Tieni qui, stai attento a non pungerti con le spine" gli dissi porgendogli la parte alta del cavo – "tienilo fermo, va bene?"
"Okay"
Mi sdraiai a pancia in giù come per fare le flessioni e mi accorsi che da quella posizione si vedevano bene sia le chiavi che il gancio.
"Va bene, adesso ridammelo" – me lo porse –
L’anello delle chiavi era proprio appoggiato al fondo fangoso del condotto e quindi dovetti tentare di spostarle per poter guadagnare almeno un centimetro sotto il quale fare passare il nostro gancio di fortuna. Sentivo Andrea che tratteneva il fiato e non osava dire nulla per timore che le chiavi andassero perdute per sempre.
Manovrano il filo spinato era difficile perché era troppo lungo e sporgeva troppo dal tombino. Tagliarlo era impossibile e quindi cercai di fare il possibile, armeggiando e sudando come un facchino turco.
Alla fine, con una rotazione del polso particolarmente felice riuscii a spostare una delle chiavi, che si alzò lateralmente, sollevando l’anello di plastica. Ormai ero sporco di polvere dalla testa ai piedi, e il sudore mi colava sugli occhi dalla fronte, ma che diamine, era diventata una questione d’onore!
Insistetti ancora e finalmente, come per miracolo, riuscii a produrre il giusto allineamento tra il buco dell’anello di plastica ed il gancio. Mi ci vollero due o tre tentativi ma alla fine ce la feci: il capo del filo spinato di infilò nell’anello di plastica, ruotai il mio capo il modo che si sollevasse leggermente e riuscii a fare rimanere il mazzo di chiavi intrappolato nel gomito del gancio!
Andrea prese a battere la mani tutto contento.
"Aspetta a cantare vittoria, ora si tratta di tirarlo fuori" – solita mentalità da adulti, mai cantare vittoria prima di essere certi –
"Afferrai con prudenza il lato del filo che sporgeva dal tombino ed iniziai a sollevare. Le chiavi seguirono obbedienti. Cominciai a fare scorrere il cavo verso l’altro e dovetti gestire l’intoppo del gangio che naturalmente si incastrò dal di sotto contro le barre del tombino. Infilando le dita nel buco riuscii a disincastrarlo e finalmente riuscii a tirare fuori le maledette chiavi!
Mi spostai con il cavo il mano e tutto nel terrore che all’ultimo momento l’anello di plastica cedesse, sollevando il filo all’altezza del mio viso, tutto il resto del fil di ferro alto oltre la mia testa.
Mi spostai di un paio di passi, tolsi le chiavi e buttai di lato il filo.
Mi inginocchiai davanti ad Andrea che avevo lo sguardo che hanno i bambini alle cinque del mattino il giorno di Natale e gli allungai le chiavi.
"Ecco qui! Visto, ce l’abbiamo fatta!"
Prese le chiavi quasi esitando, e le tenne in mano sapendo bene che le tasche erano bucate e che d lì sarebbero potute cadere ancora.
Poi, con ancora le chiavi in mano, mi buttò le braccia al collo e stette così per diversi secondi, stringendomi stretto stretto. Non sapevo cosa fare, ero veramente profondamente commosso. Gli appoggiai le mani sui fianchi e sentii le costole sotto la maglietta.
Andrea mi lasciò, le chiavi sempre in mano.
"Sei proprio un bravo papà!" – esclamò –
Prima che potessi protestare si era voltato ed era scappato via, sparendo alla mia vista.
Non lo vidi mai più.



Iniziato e finito a Milano, il ventiseiesimo giorno di maggio,
mentre la febbre non ne vuole sapere di andarsene
anche se la primavera bussa forte alla finestra.

 
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