VUTQ: quello che scrivo
Restyling per VUTQ:quello che scrivo!
Restyling (apparentemente) massiccio di questo Blog. Ho ceduto alle insistenti richieste di chi diceva di avere difficoltà a leggere con lo sfondo nero (in effetti...) e quindi ho scartabellato un po' finchè ho trovato questo altri Style Sheet che mi pare si presti di più.
Fra l'altro offre molto più spazio, alcuni racconti stanno su una sola pagina senza dover scorrere verso il basso e sono decisamente più facili da usare. Sul lato negativo mi pare di capire che questo nuovo form non prevede l'indice dei post pubblicati sul lato, che era comodo per saltare molto in avanti rispetto a dove si è... in cauda venenum... ma non si può avere tutto, no?
Un bar
In un bar della periferia ci si trovano delle storie che delle volte sono così belle da lasciare senza fiato, solo che a cercarle non ci va nessuno, o almeno non più di quanto si vada in campagna a cercare poeti, ed è da dire che questo è strano, perché la poesia è nella terra, ma ci scoccia.
"I bar sono spesso come le canzoni di De Andrè", dice il barista sotto casa mia, "solo che i clienti, anche se non sono gigli, sono molto spesso dei figli di puttana che ti levano la pelle di dosso se aumenti i prezzi del caffè". Punti di vista.
Il bar di cui vorrei parlare io è di quelli che ancora resistono, ma trattandosi di Milano non si fa fatica a capire che non reggerà ancora molto. Servono due soli tipi di vino, bianco e rosso, e cattivi tutti e due. Però è il tipo di bar dove puoi essere pensionato, e non avere altro posto dove andare, e allora andare lì, e sederti, e prendere solo un caffè e dopo startene due ore senza dire o fare nulla senza che nessuno se la prenda o ti mandi via. In genere, sono l’unico cliente in giacca e cravatta ad entrare, e fanno fatica a capire che cosa io voglia, sembro una mosca nel latte. Sembrerebbero aspettarsi che io vada a casa a cambiarmi prima di entrare. Certamente non posso andare lì per scrivere, penserebbero che sia della Finanza, o qualcosa del genere. Non è il genere di posto nel quale si rifletta sul fatto che i libri qualcuno li debba pur scrivere. Non è poi concepibile del tutto che si possa pensare di andare lì, per scriverli. E difatti non ci vado. Bevo in piedi. Ci vado per vedere la Matta, che a volte sta a fissarti da quando entri a quando sei già uscito, e qualche volta improvvisa un passo di danza su una musica che sente solo lei. Ci vado a capire com’è il mondo che non capisco, quello delle persone vere perché io ormai vedo solo personaggi, e quello che potrebbero fare messi dentro un libro. C’era un altro bar dove andavo in passato, e neanche lì scrivevo perché nei bar non si scrive. Poi però correvo a casa appena avevo la testa piena di parole e non ce ne stavano più, e a volte perdevo dei pezzi per strada, vacca eva, perché nel bar non si scriverà, e va bene, però si deve bere, e quello lì era un bar molto più yuppie di questo di adesso, e oltre a bere roba forte se ti fermi di bere ti saltano addosso in quattro, o ti portano il conto anche se non l’hai chiesto, che è lo stesso.
Comunque il bar di adesso ha appena cambiato gestione. Ci sono dentro una famiglia ed alcuni praticanti che a intervalli regolari se ne vanno, un po’ perché sono in nero, un po’ perché prima o poi chiedono un aumento, e loro l’aumento non te lo danno. Per cui, anche il servizio fa schifo, perché dentro lì non c’è uno che sia barista, tutti più o meno imbucati, dal bisogno o dalla necessità (tanto lo so che è uguale). Parecchi clandestini, qualche volta belle ragazze, che gli avventori cercano invariabilmente di portarsi a letto e non sono mica tanto sicuro che di tanto in tanto qualcuno non ce la faccia. E’ il tipo di bar che anche quando è pulito (e lo è raramente), sembra sempre sporco perché i colori dentro sono quelli degli Anni 70, ed Anni 70 economici. Marrone, grigio. Vende anche le sigarette, e quindi dentro ci si fuma, per cui va aggiunto anche il giallo della nicotina. Ci sono quattro che giocano a carte, tutti i giorni, o almeno tutti i giorni in cui ci vado io, giorni che però sono rari nel mese, e mai con un minimo di abitudine o regolarità. Ci capito. Per cui, dato che non mi sembrano telepati o agenti della DIGOS in borghese, secondo me stanno proprio lì tutto il giorno e tutti i giorni. Mica sono solo pensionati, anche se si tratta della maggioranza. Anche qualcuno sulla cinquantina, quel tipo di uomo con magari solo un anello, ma troppo grosso, che non si sa come si guadagni da vivere, ma che comunque lascia giù un sacco di soldi nelle macchinette mangia-soldi, che dico io come si fa ad essere tanto scemi da giocare con una macchinetta che si chiami " mangia-soldi" !? Si chiamassero almeno "regalo quattrini", forse si protrebbe capire… invece te lo dice anche, che ti fotte la pensione, non hai neanche la soddisfazione di poterti lamentare, dopo.
La moglie del titolare è una donna sgradevole, deprivata del sorriso, al massimo fa una smorfia. Non capisce niente e non fa niente per capire nulla. E dato che comunque qualcosa ai figli bisogna insegnare, la figlia è bella uguale e sa tutto quello che sa la madre, e cioè niente.
Il titolare una volta mi ha detto che "anche lui" (ma rispetto a chi?) quando era giovane piaceva alle donne, e che con i suoi amici di gioventù ci andava spesso, a donne, e di quella volta che una puttana lo ha lasciato giù dalla macchina, e di quella volta che lui ne ha lasciata giù una ed è scappato senza pagare. E me le racconta con la moglie alla cassa che o non sente o non vuole sentire. Secondo me, mi racconta queste cose perché pensa che le faccia anch’io, solo che le nostre discussioni non partono neanche perché io non ho esperienze di questo tipo e quindi non so che dire. Mi sarebbe quasi piaciuto provare ad inventare. Dopotutto faccio lo scrittore, e se non sono bravo ad inventare storie io…
Solo che quando le dico mica mi vengono bene. Anzi, a volte non mi vengono bene neanche quando le scrivo, deve essere per quello che nessuno mi pubblica mai niente. Sono inadeguato alle linee editoriali correnti. Mica i miei romanzi. Proprio io.
Ieri sono stato al bar, e mi hanno guardato in modo un po’ diverso dal solito. Deve essere perché in me è cambiato qualcosa. Anche da fuori, perché l’ultima inadeguatezza editoriale mi è costata la cravatta, nel senso che ieri mattina quando mi sono alzato ho considerato che se tanto nessuno viene a farti la foto per la quarta di copertina, dove secondo me è importante avere la cravatta, allora tanto vale togliersela. Nel frattempo anche i soldi sono quasi finiti, insieme all’ultimo lavoro temporaneo difficile da trovare. Ho bisogno di tempo per scrivere, ma insomma, in questo periodo mi vengono solo in mente idee che passano dalla bella idea all’inadeguatezza nel tempo di due invii prioritari di posta.
Così insomma ieri sono tornato. Ho chiesto se per caso il prezzo del rosso fosse aumentato, e mi hanno detto di no, e questo mi ha fatto piacere. In fondo poi questi qui non sono così male, neanche la Matta. Al tavolo della scopa c’era un posto libero. Mi sono avvicinato e ho posato il mio bicchiere sul tavolino della scopa rendendo simmetrica la disposizione degli altri tre. Tempo di sedere e m’han detto che a fare le carte, toccava a me.
Note per Un bar
"Un bar" è un racconto dedicato a Camilla, la mia amica Mimilla che è così importante per me che non lo posso scrivere qui, ma lei lo sa. E io anche. Si tratta di un racconto che ho ambientato - come frequentemente avviene - in un posto che esiste, che è un bar di Milano vicinissimo a casa mia. Vuole essere un pò un'allegoria della vita, e di come ci si sente certe volte che si pensa che forse ce ne sarebbe piaciuta un'altra, o forse no. Parla anche dello scrivere, e di quanto possa essere difficile non avere nessuno che legga. Un po' autobiografico? Ai posteri...
Bisnonne e cinema
[...] La mamma della nonna, invece, all’arrivo a Genova aveva avuto i suoi bei problemi. In effetti, venire così tanto a nord parlando solo il dialetto di Pontelagoscuro, provincia di Ferrara, e senza sapere né leggere né scrivere, non doveva essere una situazione né semplice né piacevole.
Dopo la guerra una delle grandi novità era rappresentata dal Cinema. A Sestri Ponente, dove abitavano bisnonni e nonni, avevano aperto una sala che proiettava film anche la mattina. La bisnonna si chiamava Celenia, qualcuno mi dica se sia possibile un nome più romantico. Di lei non mi è rimasto nulla, né foto né ricordi personale perché morì ben prima della mia nascita. Però mi è rimasta questa storia. Sembra che l’intera mia famiglia perda ereditariamente la memoria, Celenia era così, la figlia era così, ed io mi sento allo stesso modo, dimentico. Probabilmente il trasferimento nella nuova città era stato un grave colpo per Celenia e per i suoi ricordi vacillanti. Nulla di quanto conosceva era più dove sarebbe dovuto essere, e quando usciva per strada e parlava con le persone gli si rivolgeva in dialetto. Un dialetto che, sfortunatamente, non solo non era lo stesso del luogo in cui si trovava, ma che era anche del tutto inutile a comprendere la parlata locale con il quale le persone alle quali chiedeva le indicazione per la strada di casa si rivolgevano a lei.
Non ricordava e non parlava la lingua, e quindi qualcuno le aveva appuntato su tutti i vestiti un biglietto con l’indirizzo di casa e la preghiera di riportarla indietro se si fosse smarrita, un po’ come si fa con le agende.
La povera Celenia non ricordava nulla di nulla, se non un’unica strada, di sola andata, per il cinema. Ovviamente non volevano farla uscire da sola, ma lei di tanto in tanto riusciva a scappare. Scappava ed andava alla sala di proiezioni di Sestri. E poiché la memoria era quella che era, dopo la prima proiezione Celenia dimenticava il film appena visto, al quale assisteva di nuovo, con rinnovata gioia, spesso dalle dieci e mezza del mattino alle dieci e mezzo di sera. I miei conoscevano sia la maschera che il cinema, e quando Celenia riusciva a fuggire chiamavano il cinema, e la trovavano sempre. La maschera del cinema era una persona piuttosto anziana che faceva i biglietti per poi strapparli. La sera chiudeva lui, e se Celenia era ancora lì (ed in genere c’era), la prendeva sottobraccio e la riaccompagnava a casa fra le sue proteste ("ma no, proprio adesso che comincia!"). Era il mondo in cui i pensionati potevano stare tutto il giorno in un bar consumando solo una spuma, e non riesco a fare a meno di pensare con tenerezza a questi due vecchietti che sottobraccio se ne tornavano a casa, una senza sapere dove si stesse andando e l’altro che lo sapeva fin troppo bene. Una storia piccola così, l’unica memoria che ho di bisnonne e cinema.
Note per Bisnonne e cinema
"Bisnonne e cinema" tratta di persone vere, della mia famiglia, ma che per motivi anagrafici non ho mai conosciuto. Inizia riferendosi ad un altro racconto che non è indispensabile avere letto, e riguarda in qualche modo la cifra poetica che le persone anziane possono avere, e che noi siamo così disabituati a cogliere. Non ho mai conosciuto Celenia, era morta molti anni prima della mia nasciata, e quindi non sono stato testimone di nulla di quanto raccontato, o forse dovrei dire riportato perché si tratta di racconti che ho sentito sostanzialmente da mia madre. Però la mia bisnonna aveva un nome melodioso, e l'affetto per lei è passato a me attraverso due generazioni. Mi pare fosse una persona notevole, ma forse lo era ancora di più l'Italia nel Dopoguerra. Non saprei dire altro, mi piaceva e l'ho scritto, più fedelmente che ho potuto ma lasciando spazio al cuore.
Un bimbo in un parco
Un bimbo in un parco
Ci sono dei giorni in cui ci si sveglia e sembra di essere riusciti ad inserirsi magicamente nel giusto flusso del mondo. Giornate in cui ci sembra di muoverci in sintonia col mondo, con la sensazione di non poter fare qualcosa di sbagliato neanche volendo. Ieri era una giornata così, e credo che almeno una parte del mio buon umore fosse legata al tempo, una bellissima giornata di primavera, arrivata quasi apposta per premiare il mio primo giorno di ferie dopo lungo tempo.
Uscii intenzionato ad andare al parco, che si trova non lontano da casa mia. In realtà potrebbe essere sulla luna, perché il tempo per andarci non l’avevo trovato per ben tre anni, da quando avevo cambiato caso. Tutte le mattine andando in ufficio passavo davanti ad un ingresso laterale che il guardiano apriva puntualmente alle sette. Si trattava di un signore troppo magro, con un enorme paio di baffi spioventi, con le punte rigorosamente all’insù, che con il resto del suo corpo sembravano non entrarci per niente. Come se i baffi non fossero suoi. Il resto del corpo era puntuale anche lui, ed effettivamente dopo tutto quegli anni anche i baffi sembravano essersi piegati alla puntualità della faccia che li portava in giro, però a malincuore. Il guardiano era tanto puntuale che se passando la mattina trovavo l’ingresso già aperto sapevo automaticamente di essere in ritardo per il lavoro. Ma sto divagando.
Ormai da diversi anni avevo preso l’abitudine di piazzarmi una settimana di ferie alla conclusione di ogni progetto molto impegnativo. Avevo almeno due buoni motivi per farlo: il primo era che mi dava un obbiettivo nei momenti bui (coraggio che poi si va in vacanza), ed poi perché uno degli effetti inevitabili di un progetto molto grosso è quello di accumulare lavoro che non si ha tempo di svolgere dopo la fine del progetto, e cioè quando invece dovresti poterti riposare. Con me stesso facevo finta che la settimana di vacanza facesse parte del progetto, baravo sulle date e dicevo a tutti di non rompermi le scatole fino al primo giorno utile, che era il primo lavorativo dopo la sacrosanta settimana di riposo. Dato che avevo preso anche l’abitudine di negoziare questa settimana prima che i progetti iniziassero, e dato che i miei committenti erano spesso disperati, in genere riuscivo sia a fare la settimana di vacanze che a farmela pagare come lavorativa. Invecchiando si diventa figli di mignotta. Quel giorno, comunque, era il primo. Normalmente il primo giorno di vacanza, nella mia fantasia malata di stacanovista, me la immagino sempre che inizi con un risveglio a mezzogiorno. In realtà il mio corpo continua a svegliarsi alle sei e un quarto come se fosse un giorno lavorativo, con in più la sgradevole novità che lo fa in automatico, senza bisogno della sveglia. Per dormire oltre le noce ci vogliono almeno tre giorni di vacanza, e l’abitudine tipicamente la conseguo il giorno prima di rimettermi a lavorare…
Comunque, insomma, per tutti i motivi di cui sto cianciando il primo giorno di vacanza ero in piedi all’ora solita, però non dovendo farmi la barba, vestirmi bene ed uscire, ero decisamente in anticipo sulla mia tabella di marcia consueta. Andai quindi al bar a fare colazione, comprai il giornale e cominciai fin da subito a godermi la bella giornata primaverile. Il termometro sopra al palazzo di fronte al parco indicava 22 gradi, che di prima mattina è un bell’andare.
Con il giornale sotto il braccio mi avviai verso il cancello in metallo che il guardiano stava giusto aprendo in quel momento. Me ne stetti un po’ in disparte mentre lo lasciavo armeggiare con i lucchetti e la catena che tenevano chiusi il cancello di metallo arrugginito. Mi stupii notando che i baffi si vedevano anche da dietro, spuntando sui due lati della testa, dalla mia prospettiva subito sotto le orecchie. Il guardiano indossava il solito giubbottino leggero beige, e anche se non lo avessi visto prima sapevo che sotto indossava una camicia senza cravatta con sopra un gilet, tutto di tinte del tutto casuali, ma genericamente sullo smorto. Le spalle piccole e spioventi davano l’idea che il guardiano non ritenesse che potesse valere la pena di decidere per un abbigliamento più consistente, tanto non gli sarebbe stato bene nulla. A mio modo di vedere, però, anche indossare sempre dei pantaloni grigi senza ombra di piega, calzini bianchi e mocassini non è che aiutasse, ma in fondo non erano affari miei. Alla buon ora aprì ed non era ancora rientrato in guardiola che io stavo già facendo il mio ingresso trionfale nel parco, deciso ad accaparrarmi la panchina nella migliore delle posizioni. Il guardiano fu un po’ stupito di vedermi entrare a quell’ora subito dietro a lui ma non diede segni di particolare interesse. Mi fece un cenno con la testa quando gli diedi il buongiorno, con l’unico risultato di fare muovere un po’ su e un po’ giù i baffoni. Dovevo anver fato non più di venti passi quando mi accorsi che evidentemente l’ingresso da cui ero entrato io non poteva essere l’unico in quanto c’erano già altre persone all’interno del parco. Tutte donne con bambini, immaginai baby sitter o mamme.
Camminai un po’, stupendomi di quanto fosse bello il parco accanto a casa mia, non molto grande ma decisamente gradevole, con molti alberi secolare e diversi edifici d’epoca, tutti ben tenuti . In meno di mezz’ora feci il periplo dell’isola verde e passai anche all’interno un paio di volte, da punti diversi, allo scopo di trovare la migliore panchina. Alla fine ne adocchiai una che si trovava sul lato di uno spiazzo piuttosto ampio, decisamente il posto più bello del parco, con anche una bella fontana nel mezzo, con tanto di zampilli e rumore d’acqua che scorre. Le panchine parallele alla mia sull’altro lato dello spiazzo erano tutte occupate, mentre la schiera di cui faceva parte la mia era invece del tutto libera. Lì per lì non capii perché ma ci volle poco per accorgersi che il lato opposto al mio era meglio esposto al sole. Probabilmente il lato dove mi trovavo io sarebbe diventato più interessante nel pomeriggio. Comunque non faceva freddo, ed in più ero abbastanza lontano da una tribù di sei o sette bambini, che stavano nei dintorni delle mamme e baby sitter consentendomi di leggere con intorno uno schiamazzo decisamente tollerabile, quasi gradevole.
Non è che le notizie che lessi fossero particolarmente interessanti, mi fossi soffermato sul loro significato mi sarei probabilmente intristito, ma il fatto è che non me ne importava un accidente, volevo godermi il mio giorno di vacanza, ed in omaggio a tutte le notte spese in bianco al lavoro, immaginandomi questa giornata al parco, dovevo fare quello che mi ero configurato come la Giornata di Ferie. Il che implicava necessariamente di leggere il giornale al parco. Eseguivo la prescrizione, si potrebbe dire. E difatti me la stavo godendo un mondo.
Ad un tratto mi accorsi che di fianco a me c’era un bambino. Non si stava occupando affatto di me, era accucciato e sembrava trafficare con un bastoncino che infilava in un tombino lì accanto, per poi guardare dentro, scuotere la testa e trafficare nuovamente. Si accucciò come si riesce a fare solo se si hanno cinque anni, con le braccia in mezzo alle ginocchia, usando il bastoncino tra le sbarre del tombino, come a cercare qualcosa. Era un bel bimbo, dall’aria pensosa, e sembrava molto indaffarato. Avevo lo sguardo corrucciato di chi si trova davanti un difficile problema da risolvere, di quelli da cui dipendono la vita o la morte.
Riportai lo sguardo sul mio giornale, pensando che fosse strano che la mamma o la baby sitter non fossero nei dintorni. Non so se capiti anche a voi quando leggete i quotidiani, ma a me succede che dopo averne sfogliato uno, e tipicamente questo mi accade tutti i giorni se ne ho il tempo, mi domandi se fosse valsa la pena di comprarlo o meno. Voglio dire, a volte arrivo alla pagina trenta o giù di lì e mi accorgo che probabilmente il giorno prima non era accaduto nulla di particolarmente rilevante, dato che le notizie riguardavano la politica interna o i consigli per come non scottarsi, che puntualmente uscivano sui giornali sempre in quel periodo. Mi ricordo che feci la riflessione che quel giorno il giornale non valeva la carta su cui era stampato. Particolarmente banali erano le pagine di approfondimento, il che mi faceva regolarmente girare le scatole. Voglio dire, da quando esiste Internet i direttori dei giornali non crederanno mica che i quotidiani i lettori li comprino per le notizie, no? Fatte salve quelle che ti possono essere sfuggite, la maggior parte di quello che si legge sui giornali è irrimediabilmente già vecchio prima che il giornale venga distribuito. Quindi se i giornalisti non si danno da fare per gli articoli di approfondimento, che li si paga a fare?
Con questo pensiero in testa decisi che avrei tenuto il giornale egualmente, dato che poteva venire bene per i cinema.
"Signore" – sentii dire –
Mi voltai. Era il bimbo del tombino.
"Sì?" . risposi .-
"Mi aiuta per favore?" – chiese guardandomi da sotto in su –
"Che ti è successo?"
"Mi sono cadute la chiavi nel buco" – disse indicando con un dito il tombino, però senza voltarsi. Sapete come fanno i bimbi di quell’età, no? Buttando indietro la spalla e basta…
"Nel tombino, dici?"
"Sì"
"Che chiavi ti sono cadute, quelle della macchina?" – scherzai –
"No quelle di casa" – mi gelò lui –
"Come, quelle di casa?"
"Eh, quella di casa mia. Se non le prendo non entro a casa"
"Ma quanto anni hai?""Cinque" – disse lui, facendo quattro con una mano. Teneva il pollice piegato e tutte le altre dita ben dritte – "mi aiuti?"
"Certo che ti aiuto, ma dov’è tua mamma?" – nessuna risposta, si strinse solo nelle spalle-
Avevo come l’dea che non fosse nei dintorni, la mamma. Ma come, un ragazzino di cinque anni – o forse quattro – da solo al parco alle otto del mattino? Con le chiavi di casa appresso?
Lo raggiunsi sul bordo del tombino, lui stava già guardando giù con quella sua aria corrucciata che avevo già notato prima. Mi passò per la mente che se mi fossero cadute le chiavi di casa in un tombino avrei probabilmente avuto la stessa faccia. Solo che io di anni ce ne avevo trentacinque.
Cercai di accoccolarmi come lui, ed in effetti era la posizione migliore Il tombino era ben illuminato e si poteva vedere come trenta o quaranta centimetri più sotto due chiavi di metallo tenute legate da un anellino di plastica grigia fossero sdraiate sul fango. Lateralmente si apriva l’imboccatura del tubo che certamente serviva a fare fluire l’acqua in caso di pioggia.
"Eccole lì" – disse il piccolo –
"Ah già, vedo" – dissi io –
"Con il bastoncino si riesce a raggiungerle?" – gli chiesi –
"Sì però non si riescono a tirare su" – disse lui. A quel punto eravamo imbronciati tutti e due – "Eh, ci vorrebbe un papà!" – concluse lui – "tu sei un papà?" – non so perché pensai che se gli avessi detto una bugia mi avrebbe scoperto.
"No, mi spiace, io non sono un papà" – mi guardò per un attimo e si vide distintamente la delusione dipingersi sul volto tondetto –
"Ah" – fu il suo unico commento. Si guardò in giro ma dovette decidere che forse era meglio un uomo non papà ma magari pratico, che una mamma o una baby sitter. In effetti del sesso forte ero l’unico rappresentante, e mi feci l’idea che questo non era l’unico motivo per cui aveva chiesto a me. Le mamme e le baby sitter passano direttamente a chiederti dove sia tua madre, invece che darti una mano quando ne hai bisogno.
In ogni caso raggiungere le chiavi non era facile. Provai a verificare se fosse possibile alzare la grata, afferrando le barre del tombino e tirando più forte che potevo. Niente da fare, sembrava saldato in terra. In più feci ad occhio il calcolo che probabilmente non sarei comunque riuscito a raggiungere il fondo del tombino col braccio anche nel caso in cui avessi tolto la copertura, era troppo profondo.
Casa mia a piedi era a venti minuti di distanza, e lì sicuramente avrei trovato qualcosa che potesse essermi d’aiuto, ma non so perché non ci pensai neanche. Non potevo lasciare lì il bimbo da solo e mi ero fatto l’idea che se fossi andato a casa ci sarei andato per niente perché certamente al ritorno non lo avrei trovato.
"Senti, facciamo così" – proposi – "provo a chiedere al guardiano del parco se ha del fil di ferro, facciamo un gancio e le tiriamo su, che te ne pare?"
Fece una faccia molto spaventata e scosse la testa a destra e a sinistra un paio di volte. Non gli pareva una buona idea.
Mi alzai in piedi perché avevano preso a formicolarmi i piedi.
"Come hanno fatto a cadere lì dentro?" – chiesi –
"Mi sono cadute dalla tasca" – tirò fuori la fodera della tasca per farmi vedere: c’era un buco grosso così
"Ho capito"
Sempre accucciato mi guardò, preoccupato del fatto che mi fossi alzato in piedi.
"Stai tranquillo, dai, in qualche modo facciamo"
"Anche se non sei un papà?" – volle sapere –
"Anche se non sono un papà"
"Va bene" – commentò, ma si vedeva che non era tanto convinto –
Mi guardai in giro in cerca di ispirazione.
"come ti chiami" – gli chiesi soprapensiero –
"Tu?" – chiese a sua volta –
"Andrea"
"Allora Andrea anche io" – rispose –
Lo guardai un attimo. Quel bambino mi stava mettendo in soggezione. Ma come sarebbe a dire allora Andrea anche io?
Mi toccai in tasca ma non avevo assolutamente nulla che potesse servirmi. Lui aveva sempre il suo bastoncino in mano ma aveva rinunciato ad usarlo. Semplicemente si era dimenticato di buttarlo via, a volte ai bambini capita.
"Senti, ma a casa tua non si può entrare dalla finestra? Magari ti aiuto" – Scosse la testa, non si poteva.
"Cerchiamo un papà?" – chiese lui speranzoso –
Mi stava dando sui nervi, questa storia del papà.
"Ma no dai, vedrai che in qualche modo facciamo"
Si mise tutte e due le mani in tasca e dondolò un pochino, ruotando il bacino e tenendo fermi i piedi.
Guardai in direzione del capottino del guardiano, che nel frattempo era uscito. Sulla parte posteriore si vedeva una specie di cortiletto con una serie di oggetti abbandonati: era un po’ lontano ma si vedeva degli attrezzi da giardiniere, dei vasi apparentemente dimessi, del materiale di risulta forse proveniente da lavori di ristrutturazione edile.
"Aspettami qui un secondo, non ti allontanare" – fece cenno di si con la testa, poi si accoccolò di nuovo a guardare nel tombino.
Camminando velocemente andai verso la guardiola del guardiano che però era vuota, doveva essere uscito. Non sapevo perché ma il fatto mi diede un certo sollievo.
Facendo finta di nulla mi avvicinai al cortiletto, dicendomi che se mi fossi fatto beccare in flagrante gli avrei spiegato la situazione. Il cortiletto era all’aperto, non c’era nessun cancello o recinzione, si trattava semplicemente di uno spazio di terra battura dietro la guardiola, di forma più o meno triangolare. Nel frattempo erano probabilmente le nove e mezza o le dieci perché il sole picchiava molto di più, dovevano esserci almeno venticinque gradi, ed io avevo decisamente caldo. Arrivato nel cortiletto con la faccia di uno che stia cercando il tesoro dei pirati mi guardai un po’ intorno ma non sembrava esserci nulla che facesse al caso mio. Sembrava una mini discarica, nascosta ad un eventuale osservatore dalla guardiola, che era di per sé poco più che un parallelepipedo di cemento, con una porticina in metallo, in quel momento chiusa. Mi voltai un secondo per vedere se Andrea fosse ancora lì, e lo vidi che era sempre nella stessa posizione di prima, come se pensasse di poter trasformare il proprio sguardo in una calamita ed estrarre dal tombino le chiavi per magnetismo telepatico. Sollevai un paio di assi marce seminando il panico in diverse colonie di insetti, senza trovare nulla di utile. Non un filo, un’asta, una canna della lunghezza giusta, nulla. Ad un certo punto mi avvicinai ad una fascina di arbusti, raccolti in qualche modo nell’angolo più distante del cortiletto. Era piuttosto grande e mi domandai se oltre non potessi trovare qualcosa di utile, per cui mi avventurai mettendoci un piede malfermo sopra: sembrava reggere.
Al secondo passo sentii un dolore lancinante al piedi sinistro, che sollevai immediatamente. La suola del mio mocassino leggero era stata perforata da qualcosa, che aveva anche punto la pianta del piede. Pensai ad un insetto, io odio gli insetti e credo sempre che vogliano farmi del male, ma alzando il piede mi accorsi che si trattava di un pezzo di filo spinato nascosto tra i rami secchi. Passando mentalmente in rassegna un’intera pletora di parolacce staccai il cavo acuminato accorgendomi che era piuttosto lungo, forse un metro e mezzo, ed arrugginito
"Stavolta mi becco il tetano" – pensai –
Presi il pezzo di filo spianato ed iniziai a tirare riuscendo alla fine a liberarlo, cercando al contempo di non ferirmi alle mani. Il pezzo di filo doveva essere stato conservato in rotoli perché aveva tenuta la curvatura e penzolava pericolosamente muovendo tutto intorno le sue spine acuminate e arrugginite. Alla fine riuscii a trovare una posizione relativamente comoda e mi trascinai il pezzo di filo spinato verso Andrea. A quel punto alcune delle mamme/baby sitter si voltarono vedendomi passare, ma io avevo altro a cui pensare.
Raggiunsi Andrea sotto il sole giaguaro
"Guarda cosa ho trovato!"
"Cos’è?"
"Filo spinato vecchio. Fai attenzione che punge, è pericoloso"
Si alzò in piedi ed arretrò di un passo, un pochino spaventato.
"Cosa ci fai?""Provo a usarlo per tirare su le chiavi"
"Ma è tutto storto. Eppoi mica ci arriva"
"Secondo me sì"
"Secondo me no" – adesso aveva il broncio –
"E non dirmi che ci vorrebbe un papà!" – gli dissi mostrandogli l’indice –
Lui mi guardò e abbozzò un sorriso. Era la prima volta che abbandonava l’espressione seria e mi parve proprio un bel bambino, un bel viso aperto, due grandi occhi marroni. Si mise le mani sui fianchi.
Io feci un pochino l’offeso e mi avviai verso la panchina, Andrea mi venne dietro,
"Ora cosa fai?"
"Vedo se riesco a raddrizzarlo"
La panchina era di quelle di metallo a doghe, come ce ne sono ovunque in Italia. La guardai un po’ e poi infilai il filo di ferro fra due barre di metallo, nel tentativo di deformarlo in modo da compensare la curvatura e dargli una forma un po’ più diritta.
Più facile a dirsi che a farsi, ma in qualche modo ci riuscii. Adesso veniva la parte difficile, perché oltre a non potere eliminare le spine che sporgevano e che rendevano difficile manipolarlo se non stando molto attenti, ora si rendeva necessario trovare il modo di creare un gancio ad una delle estremità. Già non ero sicuro che Andrea non avesse ragione, nel dire che forse il pezzo di fil di ferro fosse troppo corto. Ma se anche fosse stato lungo abbastanza, l’unica speranza consisteva nel riuscire ad approfittare dell’anello di plastica che teneva insieme le chiavi. Mi chinai per guardare sotto la panchina ispezionandola centimetro per centimetro fino a quando non trovai quello che speravo: in un punto sotto il sedile c’era una saldatura fatta male, che lasciava un buco tra gli elementi di metallo. Mi sedetti in terra e feci in modo di passare il filo dall’altra parte della panchina. Infilai uno dei due capi nel buco tirando il filo verso di me: adesso sette o otto centimetri di filo sporgevano dalla mia parte. Tenendo fermo con la punta delle dita la parte che sporgeva tirai l’altra parte del cavo al di sotto della panchina. Il buco funzionò da fulcro e riuscii a piegare il cavo. In qualche modo riuscii a liberare il filo spinato e mi ritrovai, tutto trionfante con un bel gancio in fondo al mio trofeo.
Andrea seguita da debita distanza, e per la prima volta parve pensare che forse tutto sommato una soluzione l’avrei trovata.
Trascinai il cavo verso il tombino e con mille difficoltà riuscii a trovare una posizione che mi consentisse di infilare il gancio dentro al tombino. Poiché il filo era rigido non era una posizione facile, ma in qualche modo calai giù il filo di metallo fino a quando non sentii che toccava il fondo del tombino.
"Fai attenzione che non va più giù"
"Che non vada" – dissi io – "si dice che non vada più giù"
"Vabbè" – commentò lui –
"Tieni qui, stai attento a non pungerti con le spine" gli dissi porgendogli la parte alta del cavo – "tienilo fermo, va bene?"
"Okay"
Mi sdraiai a pancia in giù come per fare le flessioni e mi accorsi che da quella posizione si vedevano bene sia le chiavi che il gancio.
"Va bene, adesso ridammelo" – me lo porse –
L’anello delle chiavi era proprio appoggiato al fondo fangoso del condotto e quindi dovetti tentare di spostarle per poter guadagnare almeno un centimetro sotto il quale fare passare il nostro gancio di fortuna. Sentivo Andrea che tratteneva il fiato e non osava dire nulla per timore che le chiavi andassero perdute per sempre.
Manovrano il filo spinato era difficile perché era troppo lungo e sporgeva troppo dal tombino. Tagliarlo era impossibile e quindi cercai di fare il possibile, armeggiando e sudando come un facchino turco.
Alla fine, con una rotazione del polso particolarmente felice riuscii a spostare una delle chiavi, che si alzò lateralmente, sollevando l’anello di plastica. Ormai ero sporco di polvere dalla testa ai piedi, e il sudore mi colava sugli occhi dalla fronte, ma che diamine, era diventata una questione d’onore!
Insistetti ancora e finalmente, come per miracolo, riuscii a produrre il giusto allineamento tra il buco dell’anello di plastica ed il gancio. Mi ci vollero due o tre tentativi ma alla fine ce la feci: il capo del filo spinato di infilò nell’anello di plastica, ruotai il mio capo il modo che si sollevasse leggermente e riuscii a fare rimanere il mazzo di chiavi intrappolato nel gomito del gancio!
Andrea prese a battere la mani tutto contento.
"Aspetta a cantare vittoria, ora si tratta di tirarlo fuori" – solita mentalità da adulti, mai cantare vittoria prima di essere certi –
"Afferrai con prudenza il lato del filo che sporgeva dal tombino ed iniziai a sollevare. Le chiavi seguirono obbedienti. Cominciai a fare scorrere il cavo verso l’altro e dovetti gestire l’intoppo del gangio che naturalmente si incastrò dal di sotto contro le barre del tombino. Infilando le dita nel buco riuscii a disincastrarlo e finalmente riuscii a tirare fuori le maledette chiavi!
Mi spostai con il cavo il mano e tutto nel terrore che all’ultimo momento l’anello di plastica cedesse, sollevando il filo all’altezza del mio viso, tutto il resto del fil di ferro alto oltre la mia testa.
Mi spostai di un paio di passi, tolsi le chiavi e buttai di lato il filo.
Mi inginocchiai davanti ad Andrea che avevo lo sguardo che hanno i bambini alle cinque del mattino il giorno di Natale e gli allungai le chiavi.
"Ecco qui! Visto, ce l’abbiamo fatta!"
Prese le chiavi quasi esitando, e le tenne in mano sapendo bene che le tasche erano bucate e che d lì sarebbero potute cadere ancora.
Poi, con ancora le chiavi in mano, mi buttò le braccia al collo e stette così per diversi secondi, stringendomi stretto stretto. Non sapevo cosa fare, ero veramente profondamente commosso. Gli appoggiai le mani sui fianchi e sentii le costole sotto la maglietta.
Andrea mi lasciò, le chiavi sempre in mano.
"Sei proprio un bravo papà!" – esclamò –
Prima che potessi protestare si era voltato ed era scappato via, sparendo alla mia vista.
Non lo vidi mai più.
Iniziato e finito a Milano, il ventiseiesimo giorno di maggio,
mentre la febbre non ne vuole sapere di andarsene
anche se la primavera bussa forte alla finestra.
Note per Un bimbo in un parco
"Un bimbo in un parco" l'ho scritto per Alessandra e rimane dedicato a lei, in relazione a certi ragionamenti fatti insieme sugli affetti e sul dipendere da essi. E' un racconto strano idealmente ambientato al Parco Trotter di Milano, una struttura Streineriana bellissima nella quale agli inizi del '900 era stato portato avanti un esperimento meraviglioso nel quale i bambini imparavano ad essere responsabili in prima persona. Fra le altre idee interessanti c'era (e c'è, io abito lì vicino) un edificio che ospitava animali di cui i bambini si doveva prendere cura, oltre a coltivare un orto, e svolgere altre attività utili e importanti. Naturalmente dopo è arrivato il periodo Moratti e la scuola è tornata una scuola normale con i banchi, i programmi didattici...
Enjoy.
Domino
Domino
A pensarci, che sia capitato proprio a me, vien voglia di piangere.
Voglio dire, per lavoro ho scorrazzato turisti in giro per mezzo pianeta e tutte le volte, specialmente in Europa, c’è sempre stato qualcuno che si lamentava per il mio troppo insistere sulla sorveglianza dei bagagli.
- L’attenzione non è mai troppa – dicevo, e anche – ricordatevi che un ladro non può avere la faccia da ladro, sennò morirebbe di fame! – dicevo. Ammetto anche di non avere risparmiato qualche occhiata di compatimento verso gli inevitabili malcapitati.
A più di uno avversato dalla statistica in qualche caso avevo anche lanciato qualche malcelato sguardo di ve lo avevo detto.
Poi arrivo a Milano, dico a Milano, la città dove sono nata e vissuta per quarant’anni, e mi faccio fregare la borsa. Non so come abbiano fatto (l’attenzione non è mai troppa!) in giro non avevo visto nessuna faccia poco raccomandabile (i ladri non possono avere la faccia da ladri), fatto sta…
Borsa sparita. E me ne accorgo dopo aver mangiato, di venerdì sera.
Nella borsa di una donna c’è tutta una vita, in quella di una guida di più. Dall’ecatombe si salva solo un libro, tirato fuori dalla borsa per mostrarlo agli amici con cui ne parlavo. Si intitola "Il coraggio", di Osho, e dopo essermi accorta del furto continuo a toccarlo per essere certa che almeno quello non se ne voli via, e stupendomi ogni volta che gli manchi intorno il resto della borsa, e degli oggetti che conteneva. Rifaccio l’inventario a mente, oggetti e conseguenze: le chiavi della porta blindata, possono entrare in casa. La carta di identità, sanno dove abito. Il telefonino, il maledetto numero di telefono a memoria non me lo ricordo ma ripensandoci non mi pare grave, tanto mio figlio è a Roma per una gara di equitazione.
L’elenco delle cose da fare per il gruppo che deve partire martedì, copia unica perché sono rientrata troppo tardi per farne una fotocopia, con i relativi indirizzi, numeri di telefono e date di partenza e permanenza, così i ladri possono pianificare bene date e orari dei furti. Gli amici con cui ho cenato tentano inutilmente di arginare la crisi di nervi che era partita già quando pensavo alla carta di identità. Siamo in quattro ma nessuno degli altri tre è in grado di dirmi una ragione per la quale dovrei calmarmi. Stringo più forte "Il coraggio". Mi sa che stasera me lo finisco.
Poi, un barlume di speranza! La patente! La patente, almeno quella è salva, stamattina mi hanno chiamato che l’ho dimenticata in albergo in Turchia. Posso farmela spedire, almeno quella è salva.
Confabulo con i miei tre compagni sotto casa, si tratta di decidere che cosa fare. Idea, chiamiamo il fabbro quello delle emergenze e facciamo sostituire subito la serratura! Entusiasmo generale!
- Il numero dove lo troviamo? – dice Paola –
- Lo chiediamo al servizio informazioni – dice Paolo (è un caso, si chiamano uguale e si sono sposati, i figli non si chiamano Paolo). Leonardo, l’ultimo della banda, continua a rimettersi a posto gli occhiali e a bofonchiare:
- Se capita a me sono morto. Dio mio che sfortuna, che sfortuna! – bell’aiuto. Lo elimino mentalmente dalla lista degli amici. Paolo ce la fa, parla con il fabbro
- Ah, capisco. Aspetti che chiedo – copre il microfono con la mano e mi chiede – è blindata la porta? –
Gli rispondo che non solo è blindata, ha i rinforzi doppi e le placche di acciaio all’interno dei muri.
Lui ripete – Ah. Sì certo, ho capito… no, non ci avevamo pensato…domani in giornata oppure domenica!?…no, no, certo… ah, prima il sopralluogo in modo da…ho capito. Va bene, grazie per il momento, la richiamo al più presto. Sì sì, buona notte buonanotte…-
Mette giù.
- E’ un casino, mi sa –
- Perché? – chiedo io senza capire – viene, cambia la serratura e basta, no? –
- Eh, purtroppo no. Dice che devono spaccare tutto per forzarla, gli serve il muratore che deve sentire faranno tanto di quel baccano da rendere impossibile farlo di notte –
- Ah.
- Eh.
Seconda folgorazione, la signora delle pulizie! Ha le chiavi e so il numero a memoria. Passami il telefono. Numero. Telefonino staccato La lista delle epurazioni si allunga. Passa un vicino che apre il portone, ci precipitiamo dentro, Leonardo per ultimo, meno male che fa il critico cinematografico e non lo psicologo, ammazzerebbe più pazienti che l’influenza spagnola ad inizio secolo. Saliamo le scale, arriviamo davanti alla porta di casa mia. E’ molto chiusa. E’ molto solida.
Leonardo dice
– suoniamo ? –
Lo guardiamo tutti e tre truci.
- Bè i ladri potrebbero essere dentro.
- E quindi secondo te ci aprirebbero? – chiedo io che già preferirei avere una katana giapponese invece che "il coraggio". Ammutolisce scuotendo la testa.
- Vabbè dài, vieni a dormire da noi – dice Paola –
- Ma sì mica possono correre il rischio di venire a rubare ora che sono certi che ti sei accorta del furto!
- Non posso allontanarmi, voglio sorvegliare la mia casa! – quasi sto urlando.
- E come pensi di fare?
- Dormo sul ballatoio!
- Dormi sul ballatoio?!?! – coro dei tre –
Scoppia la discussione ma sono irremovibile, io di qui non mi muovo, dovranno passare sul mio corpo. Leonardo sta per fare la battuta, poi mi guarda in faccia ed evita. E’ fortunato che ho in mano "Il coraggio" di Osho e non il mitra del signor Kalashinikov.
Paola esce a va a casa a prendermi un cuscino e una coperta. Prima di andarsene sconsolati, mi lasciano il loro cellulare e 50 euro, perché mi sono accorta che ho in tasca le chiavi di casa di mia madre, che è via per le ferie.
- Alla brutta prendi un taxi e vai a dormire da lei – dice Paolo, Paola annuisce, la battuta di Leonardo per fortuna non vede la luce.
Irremovibile, non mollo casa mia, qui sul ballatoio starò benissimo. Paolo mi fa vedere dove ha memorizzato il numero del fabbro. Guardo l’orologio, sono ormai le due e mezza del mattino.
Paolo e Paola fanno a turno per cercare di convincermi ad andare da loro, Leonardo salta il suo turno per conservare la vita. Alle tre siamo tutti sfiniti, cedono e vanno a casa.
Nell’ordine, ho con me: il coraggio di Osho, chiave della mamma, coperta, cuscino, 50 euro per il taxi. Debole ottimismo, forse ce la faccio. Rimasta finalmente sola mi sforzo di considerare il ballatoio come una camera da letto un po’ originale, è tutta una questione di punti di vista.
Provo a sistemarmi, forse lo zerbino può fare da cuscino.
Provo: niente da fare, punge.
E poi puzza, anche.
Riprovo a chiamare Imelda, la donna delle pulizie, anche se sono quasi le tre del mattino. Non mi stupisco molto che non si sia alzata tra le due e le tre ad accendere il telefonino. Tanto lunedì la licenzio.
Forse il primo scalino può fungere da cuscino. Niente, troppo alto e poi dalla tromba dell’ascensore viene uno spiffero di freddo porco. Se uso la coperta come cuscino va meglio, però ho freddo.
-Merda! – esclamo rivolta alla tromba delle scale. Potrei svegliare un vicino, ma poi per chiedergli cosa? Di dormire da lui? Allora tanto vale andare dalla mamma. Eppoi il mio orgoglio di guida non me lo consente, quanto meno farò la guardia alla mia casa!
Sonno ne avrei, ma son troppo scomoda, sdraiata in terra. Almeno si sono portati via Leonardo il bastardo. Potrei leggere. Accendo la luce delle scale e attacco a leggere Il coraggio, però la luce si spegne ogni trenta secondi, troppo complicato. Metto il libro a fare da cuscino.. Riprovo Imelda. Spento. Mi cade l’occhio sull’indicatore della carica.: la batteria ha dieci tacche al massimo dell’energia, ma ora ne indica solo una!
Merda, merda, merda, merdaaaaaa! – aiutare, aiuta.
Sul telefonino c’è il numero del fabbro, e anche quello di casa di Paolo e Paola. Se mi si spegne sono fregata, me li devo scrivere da qualche parte. Non ho una penna, non li posso copiare. Se finisco la batteria non potrò chiamare il fabbro! E neanche Paolo e Paola domani! Sto partendo col merda-merda quando mi ricordo che a casa di mia madre c’è sicuramente il loro numero di casa. L’orologio dice che sono le tre e un pò. Che faccio? Lo spengo.
In un’altra tasca ho delle monete, non me ne ricordavo, guardo anche in tutte le altre comprese quelle della camicetta ormai stazzonata che ho addosso, ma la ricognizione frutta solo un pacchetto già iniziato di chewing-gum ed un biglietto usato del metrò.
Fermo il prossimo merda-merda che mi sta salendo spontaneo e decido di cedere, chiamare un taxi ed andare da mia madre. Anche se è lontana con i 50 euro ce la faccio, almeno dormo al caldo.
Ormai con la mentalità della clandestina decido di portare anche il lenzuolo e la coperta, se butta male dormo su una panchina. Scendo le scale dicendomi orgogliosamente che so esattamente dove si trovino tutti e quattro i parcheggi dei taxi dei dintorni.
Esco dal portone con l’Osho, la coperta e tutti gli altri miei tesori. Sono tosta.
Sparo un merda-merda a volume altissimo rendendomi conto che mi sono appena chiusa alle spalle il portone di cui non ho la chiave. Con più coraggio di Osho mi avvio a passi decisi verso il più vicino parcheggio dei taxi.
Ho ancora qualche freccia al mio arco – mi dico. Poi dico anche merda-merda.
Il primo parcheggio dei taxi è vuoto, manco un taxi. Machts nichts, vado al secondo, un paio di isolati più in là.
Vuoto.
Vado al terzo.
Merda-merda.
Il quarto non ospita taxi e neanche più il posto per metterceli, tutti hanno parcheggiato sulle strisce gialle in doppia ed anche in terza fila. Ma non importa! Ho mille risorse, io! Anche un palestinese della Striscia di Gaza sa che i taxi si possono chiamare col 53.53! E qui vi frego!
Vài, cerchiamo il telefono pubblico. Dove cazzo stanno le cabine? Non ci sono più le cabine telefoniche, a Milano?
Finalmente ne trovo quattro, le vedo in lontananza.
- Con la fortuna che ho saranno tutte guaste – dico ormai a voce alta, mentre mi sfugge il cuscino che finisce dritto dentro una pozzanghera.
Lo prendo com’è e continuo verso i telefoni. Per strada mi accorgo che stringendolo sotto il braccio ho strizzato fuori acqua e fango, che mi bagnano la camicetta, il coraggio e la coperta.
- Fa niente – dico – ora tanto trovo il taxi. E non è che quattro telefoni possano essere tutti guasti contemporaneamente"
Difatti è vero, funzionano tutti.
A scheda.
- Merda, merda, merda, e merda! – computo coscienziosamente – va bene! Ci vado a piedi! ‘fanculo, ci vado a piedi! – dico –
Poi dico anche
- Dalla Fiera a Piazzale Loreto?
- Dalla Fiera a Piazzale Loreto! Non saranno più di dieci chilometri!
- Coi tacchi a spillo?
- Coi tacchi a spillo, fanculo!
Parto, sono tosta, sono una guida, io.
Il coraggio, la coperta ed il cuscino mi pesano. Osho lo posso anche segare, ma la coperta ed il cuscino a Paola glieli devo ridare.. Osho finisce nel cestino. Proseguo, determinata.
Quando parte il primo tacco mi viene un attacco di merda-merda e butto cuscino e coperta in un cassonetto
- Glieli ricompro domani, fanculo
Effettivamente sto un po’ urlando, alle cinque del mattino.
Difatti si ferma una volante.
Prima mi guardano e passano, poi fanno inversione e scendono.
Mi chiedono se ci sono problemi.
Quasi rido. Gli spiego.
- Ha fatto denuncia per la borsa? – mi chiede uno dei due –
- Di notte? – mi guarda –
- E’ suo quel telefonino?
- No, gliel’ho spiegato, è di Paola
Quello guarda il collega sogghignando, poi dice:
- la chiamiamo insieme, questa Paola? – sto per incazzarmi ma sono troppo stanca. Ormai la serata gliel’ho rovinata, a Paola, tanto vale…
Accendo il telefonino.
Quello mi chiede il PIN.
Dopo un’ora e passa di discussione e dieci merda-merda li convinco, mi portano a casa di mia madre, apro, entro e loro dietro.
Alla fine si convincono e mi lasciano lì.
Sono le sette.
Dormire ormai non se ne parla, butto via le scarpe, mi spoglio e mi faccio la doccia. Mi cambio usando i vestiti di mia madre, meno male che abbiamo la stessa taglia. Trovo il numero di Paola, lo faccio ma non mi risponde nessuno.
Chiamo un taxi al 53.53 e stavolta ci riesco.
Vestita da ottantenne esco e mi faccio portare a casa mia.
Tre isolati prima iniziamo a sentire le sirene.
Quando arrivo lì ci sono i Carabinieri, i Vigili del Fuoco, la Polizia e due troupe televisive.
Un tizio impomatato con un microfono in mano sta dicendo:
- … e non se ne hanno più tracce da stanotte. Il telefonino ricevuto in prestito dall’amica Paola risulta spento, la nostra concittadina è stata probabilmente rapita se non uccisa e gli inquirenti non intendono escludere per il momento alcuna pista.
Svengo tra le braccia di Paolo e Paola che non essendo riusciti più né a telefonarmi né a trovarmi sul ballatoio avevano chiamato tutti a parte Ciampi.
Alla fine, chiariamo. Il fabbro nel frattempo aveva spaccato tutto insieme ai Vigili del Fuoco, duemilaseicento euro di conto, più un tot di danni.
Dal ballatoio si vede dentro casa anche se c’è una porta blindata, ai due lati solo i longheroni d’acciaio sono rimasti in piedi, nel muro due enormi buchi laterali. Prendo dei sedativi e vado a dormire immemore di tutto.
Domenica notte quando rientra mio figlio da Roma gli piglia un colpo solo a vedere le condizioni della porta. Per di più le sue chiavi ora non aprono la porta di casa. Il campanello non c’è più, e quindi lui grida per chiamarmi, ma sono a letto sedata e non lo sento.
Spaventatissimo chiama la Polizia, che torna e dice:
- Ancora voi? – a lui piglia un attacco d’asma per lo stress di quello che si sente dire.
Lo portano di corsa in ospedale dove gli danno il Ventolin e i poliziotti cercano di rispiegargli. Lui continua a non capire come mai le sue chiavi non gli consentono più di entrare in casa. E’ uno ordinato, ha bisogno di capire una cosa per volta.
Nel frattempo io mi sveglio e mi accorgo che non è rientrato. Gli telefono ma ha il cellulare spento, mi viene una crisi d’asma (è ereditaria), merda-merda, il mio Ventolin, era nella borsa, chiamo l’ambulanza, arrivano in due e mi fanno
- Ancora voi?
Io nel frattempo mi ero messa a testa in giù perché senza Ventolin funziona solo lo Yoga, e così mi portano in ospedale piuttosto agitata dopo aver ribaltata in posizione deambulatoria.
Non è neanche lo stesso ospedale di mio figlio che nel frattempo viene sedato per calmarlo.
La settimana dopo, calmata la buridda, riesco a tornare a casa, e anche lui.
Nella cassetta delle lettere c’è un avviso di iscrizione al registro degli indagati a nome mio per procurato allarme e disturbo della quiete pubblica. Che vita.
Nota dell’Autore
A parte qualche infiorettatura ed esagerazione, tutto questo è realmente accaduto alla mia amica Patrizia, a settembre di quest’anno, a Milano. E poi si dice che i giornalisti esagerano…
Scritto a Stromboli, Settembre 2004
Note per Domino
Domino è dedicato a Barbara, in occasione del suo 39° compleanno. Ci tenevo che fosse un pochino divertente ed ero giusto alla ricerca di un'idea quando mi ha telefonato Patrizia, che certamente si stupirà sia di leggersi citata ed anche di vedere la sua avventura riportata perché, ci crediate o no, a lei queste cose sono davvero successe (magari ci onora di un post di conferma). Come ho scritto in fondo al racconto per motivi di resa ho ovviamente esagerato, ma credete, le esagerazioni non sono poi tante quanto sembrano.
Enjoy!
Come si crea un post
Me lo chiedono tutti, allora lo spiego qui. E' molto semplice, basta andare in fondo al topic che volete commentare, dove c'è scritto quanti post di commento sono stati inviati - di fianco ha una matitina se si possono aggiungre messaggi o commenti- In questo momento su quasi tutti c'è scritto "0 post" (zero post, non la lettera "o"), e questo è perché voi *beep!* non postate un tubazzo. Facendo un click sopra alla parola "comment" compare una schermata dove basta scegliere "post a comment". Scrivete quello che volete e poi premete il pulsante blu con scritto "Publish a Comment", fine.
Baracconi
Baracconi
I due ragazzi stavano sotto il grande helter skelter, vicino alla biglietteria, ma non sembravano intenzionati ad entrare. La ragazza doveva avere sedici anni, il ragazzo probabilmente uno o due di meno. Tutti e due indossavano pantaloni larghissimi, con il cavallo che arrivava al ginocchio, lei blu, lui di tessuto mimetico. Dai passanti delle cinture pensavano catene di metallo che facevano diversi giri infilandosi in una qualsiasi delle molte tasche dei pantaloni. Sopra lui aveva tre strati di magliette di colori diversi e sopra ancora un maglione larghissimo con degli spacchi strani. Lei due maglioni, larghissimi anche quelli. La ragazza aveva anche un piercing al labbro, un anello color acciaio collegato ad una catenella agganciata all’orecchino dell’orecchio destro. Lui non aveva piercing, e la cosa gli dava uno svantaggio nella discussione che stano portando avanti. Tutti e due avevano appeso al collo un medaglione grosso come un CD, con due teschi dai canini da vampiro e la scritta "Teradeath" in grande. Sembravano pesare un chilo l’uno.
"Non mi danno i soldi, lo vuoi capire? Quegli stronzi dei miei genitori non mi danno i soldi" – stava dicendo lui –
"E come mai non te li danno?"
"Perché sono andato male a scuola." – rispose lui facendo il broncio -
" E tu studia!"
"Tu non studi mai!"
"E’ vero, però vado bene a scuola"
"See, vai bene, e la nota che hai preso il penultimo giorno di scuola?"
"Che c’entra quella è una cosa disciplinare, i voti sono sufficienti. Eppoi lo sanno tutti che Cairati è un bastardo"
"Bè anche la mia è una cosa disciplinare, i prof sono stronzi e ce l’hanno con me per come mi vesto""Va bene, va bene, senti facciamo così. Fregalo a qualcuno, così non lo devi comprare"
"Fregarlo? Ma sei scema? E a chi lo frego un telefonino? Se ne accorgono e poi non potrei portarlo a scuola, se ne accorgerebbero subito."
"Senti, non lo so come fare ma io ce l’ho, e se non ne te ne procuri uno anche tu io non ci posso fare niente, troverò qualcun altro per fare il lavoro."
"Avevi detto che lo facevi con me!"
"E tu avevi detto che il telefonino che l’avresti avuto, che i tuoi te l’avevano promesso e che te l’avrebbero regalato per la promozione!"
"Ma mi hanno bocciato, lo vuoi capire?"
"Eh, lo capisco, lo capisco, manco di farti promuovere, sei capace"
"Vabbè ma scusa cosa importa, in fondo? Tera non le ha neanche finite, le scuole"
"Tu non sei Tera, scemo"
"Neanche tu!"
"Va bene" – disse lei cercando di calmarsi – "Va bene dài non litighiamo. Fammi vedere la cosa più cara che hai"
Cazzo, no!
Gliela chiedeva sempre, la cosa più cara, ed intendeva lo cosa fottutamente più costosa. Sapeva che resistere era inutile. Sollevò una manica mostrò un braccialetto d’argento massiccio, fregato alla madre. Sapeva anche che non sarebbe mai passata. Glielo fece vedere. Lei sapeva essere veramente stronza ed in più si aspettava che lui avesse una cosa nuova e cara ogni volta che si vedevano.
"Sarebbe questa, la cosa più cara che hai? Ma se non vale niente, mi senti? Niente!" – lei gli restituì il braccialetto – "sei proprio uno straccione, nessuno saprà mai chi sei. Almeno l’AK 47 l’hai provato?"
"Sì che l’ho provato, è molto forte il rinculo però lo riesco ad usare bene"
"Io ho provato l’esplosivo. Forte. Come in Blowing up the School, salteranno con il culo fino al soffitto. Ho fatto un buco in terra che ci stava dentro una macchina. Meno male che la cava di domenica è chiusa. Andiamo a fare un giro? Qui mi rompo." – era ancora nervosa ma forse la sfuriata era passata, bisognava stare attenti, adesso, per un nonnulla si poteva arrabbiare di nuovo.
"Va bene, facciamo due passi" – camminarono verso gli autoscontri "senti, ho saputo una cosa" – le disse d’improvviso -
"Che cosa?"
"Pare che a scuola metteranno dei cartelloni pubblicitari nuovi, il preside è riuscito a convincere la Nike a sponsorizzarci"
La ragazza si fece subito interessata. Le interessava qualsiasi cosa che riguardasse lo spettacolo, la comunicazione, l’impressionare gli altri. Qualsiasi cosa.
"Sembra che faranno delle foto e sceglieranno delle persone di noi"
"Come di noi?"
"Gente della scuola, studenti."
"Per fare cosa?"
"Per metterli sui manifesti. Lo studente felice, anche io bevo Coca Cola, roba così. Stanno cercando due ragazze e due ragazzi."
Lei lo guardò in viso, fermandosi.
"Secondo te io potrei andare bene?" chiese lei subito in ansia
"Bò, che ne so"
"Ti ho fatto una domanda!" la ragazzina era molto irritabile quando si trattava di finire su un poster che tutta la scuola avrebbe visto
"Mah, sì, penso di sì" – rispose lui incerto –
Lei stava zitta, e lui si impressionava sempre quando stava zitta, perché non ci stava mai. Più di quando s’imbestialiva come prima.
"Senti" – gli disse improvvisamente – "devo dirti una cosa anche io"
"Cosa?" - disse lui –
"La strage non la facciamo più"
"Come non la facciamo più?"
"Non la facciamo più e basta"
"Ma se ci tenevi tanto! Avevi detto che facevamo come Tera e che diventavamo famosi!"
"Senti, mi hai rotto. Tu sei troppo scarso, non ci diventi famoso. Secondo te senza il tuo cazzo di telefonino come gli telefonavamo a Tera? E ai giornali per l’intervista prima del suicidio? Lo sai che sei proprio una testa di cazzo? Adesso ho un’idea migliore, e non so neanche se parlartene o meno, tanto sono furiosa con te!"
"Eddài, non fare così, non ti arrabbiare!" - lui detestava quando lei si infuriava, specialmente se si infuriava con lui – "dai va bene, se non la vuoi fare più non la facciamo, d’accordo. Tutto quel tempo sprecato a cercare le ricette delle bombe e tutto… i mitragliatori, i detonatori… ma comunque non importa, dài, non la facciamo più, anche a me sembrava brutto ammazzare i professori e i genitori durante l’orario di ricevimento dei parenti, alla fine se li ammazzavamo tutti di noi chi parlava, se manco ci conoscevano, quelli rimasti vivi?"
"ora basta, piantala che non voglio più sentirti, ho deciso cosa è veramente importante, cazzo"
"Allora, cosa altro facciamo?".
Lei lo guardò. Poi gli puntò un dito addosso.
"Tu, non lo so, mai io sarò su quei cazzo di cartelloni".
Note per Baracconi
Baracconi è un racconto con delle velleità. Vuole insinuare qualche dubbio su certi figli, e su certi genitori, e si arroga il diritto di dare giudizi e spiagare perché che sono ben al di là della sua portata. Certamente questo fa parte del bello di scrivere, come dice un mio amico: la carta prende tutto...
Credo che ci siano persone che non capiscono i sentimenti altrui, chiamiamola empatica, quel che l'è. Personalmente faccio fatica a togliermi di dosso l'idea che questo accada più frequentemente tra i giovani, e mi domando se siamo noi che non siamo stati capaci di insegnare, o se gli insegnamenti vengono vanificati da altre forme di informazione ritenute più autorevoli, o più attendibili, particolarmente la TV. Ho scritto Baracconi perché ho visto una coppia di ragazzini parlare, e il racconto si è scritto da sè. Enjoy.
Odio scrivere
Odio Scrivere
Io ce l’ho sempre avuto, il blocco della pagina bianca. Il terrore dell’incipit. La vertigine della prima parola, della prima frase, della prima pagina.
Per quanto mi sforzi, non riesco a ricostruire il momento nel quale io e la vita abbiamo deciso che avrei fatto il giornalista. Gli eventi li ho chiari in testa, non stiamo parlando di molto tempo fa, tutto sommato. Ma i motivi, quelli invece mi sfuggono del tutto. A sentirla raccontare non ci si crederebbe, ma d’altronde questo è esattamente quello che è successo: sono un giornalista che odia scrivere. E’ talmente radicata in me, questa paura della prima pagina, che inevitabilmente ne riempio una, che non mi piace. Però non la butto perché immediatamente mi attanaglia il panico, e temo di non riuscire comunque a scriverne un’altra migliore. Devo tenere tutto. Ma devo anche buttare tutto, perché quello che scrivo non mi piace mai. Rincorro il sollievo di avere scritto il punto che chiude il mio articolo, non con la gioia di certi colleghi che si alzano dal tavolo e dicono: proprio un bel pezzo, son contento.
No. Io sono solo felice di avere finito, e nel contempo sollevato dal fatto che, almeno per un po’, non dovrò affrontare nuovamente il maledetto foglio bianco. Pensavo che le cose sarebbero un po’ migliorate anni fa, quando buttai in cantina la macchina da scrivere per passare al computer. Invece la cosa è peggiorata di molto, perché pochi minuti dopo aver iniziato a lavorare con il mio primo programma di video scrittura mi sono reso conto che le pagine bianche contro le quali avrei dovuto combattere erano letteralmente infinite. In un pacco di carta ce ne sono cinquecento, almeno in Europa. Si tratta di una misura standard, cinquecento A4. Una volta, al colmo dell’ansia, ho dovuto aprire un pacco nuovo e contare i fogli uno per uno perché il Capo Redattore dell’epoca (quel bastardo) aveva capito il mio problema e mi aveva detto di non tornare fino a quando non avessi finito la risma intera. Non so se vi rendete conto del delirio, cinquecento pagine. Bè comunque niente in confronto a quello che può fare un PC. Puoi scrivere tutta l’Odissea e quello ti continua a vomitare una pagina vuota dopo l’altra, ad ogni riga che scrivi, premere il tasto di accapo non fa altro che spingere più avanti lo spazio disponibile. Un incubo. Alla fine, quasi tre anni fa, sono andato da uno psicologo. Un signore di una certa età con una capacità straordinaria di alzare il sopracciglio intendendo con questo dire: si spieghi meglio. Gli ho detto del problema. Ne abbiamo parlato. E devo dire che la terapia mi ha aiutato. Capite, non dovevo scrivere niente, dovevo solo raccontare. E a me raccontare piace. E’ scrivere, che odio.
Così alla fine devo dire ho cominciato a migliorare. Un giorno magico, me lo ricordo come fosse adesso, ho scritto due articoli uno dietro l’altra quasi senza rendermi conto di avere già iniziato. Voglio dire, quando mi sono ricordato del fatto che c’era da scrivere avevo già iniziato. Straordinario. Durata poco, eh?, intendiamoci. Però è stato molto importante per me scoprire che mi è possibile e quindi acquistare un po’ di stima in me stesso. Come potrete facilmente capire, se non per lavoro cerco di non scrivere mai niente, neanche la lista della spese o le note per la signora delle pulizie. Difatti mi dimentico moltissimo, ma comunque.
Via via che la terapia proseguiva, in effetti anche io andavo meglio. Leggevo i miei articoli e li confrontavo con altri precedenti alle mie visite dallo psicologo, ed in effetti li trovavo migliori, più stringati e precisi. Anche il lavoro al giornale stava migliorando, ad un certo punto, per una serie di motivi lunghi da spiegare, passai dalle recensioni dei locali aperti a ferragosto alla cronaca nera, quella vera con i morti e tutto. Avevo un po’ lo stomaco sotto sopra, specialmente le prime volte, però c’era molto meno da inventare, e quindi scrivere era un po’ meno angosciate. Credo che mi aiutasse anche il fatto che vedere tanto dolore mi portava a considerare il mio personale problema con la scrittura un po’ meno rilevante, tendevo a ridimensionare. E poi non scrivevo molto. Un articolo qui, un omicidio là. Dato che i pezzi erano sempre piuttosto forti non avevo bisogno di scriverne molti, e per di più c’erano periodi anche abbastanza lunghi in cui a Parma non succedeva molto, e quindi mi occupavo di altro. Ma poi, e avrei dovuto immaginarlo, è arrivata la mazzata. Mi sono innamorato di una donna, per la prima volta in vita mia. Come compagno faccio abbastanza schifo, ma a lei per motivi insondabili piacevo. Il problema è che aveva stima di me come giornalista, diceva che avrei dovuto fare lo scrittore. Io avevo cercato di spiegarle il mio problema, senza peraltro riuscire ad esprimerlo nei termini reali, per me drammatici. Lei diceva che tutto questo era dovuto alla solitudine, che adesso c’era lei, e che la mia era solamente una mancanza di autostima. Mi fece abbandonare la terapia.
Smettere di andare dallo psicologo era stata una brutta botta, ma anche se ogni tanto il beccheggio era forte, la barca sembrava riuscire in qualche modo a procedere. La mia compagna era molto contenta, ed anche molto misteriosa. Un giorno – un giorno maledetto – entrò in casa mia tutta trionfante. Disse: ce l’ho fatta. Io chiesi a fare che cosa, e lei disse semplicemente: a procurarti un contratto.
Io chiesi ancora a quale contratto lei si riferisse, e lei disse: quello per scrivere il tuo primo libro.
La guardai come se avesse due teste.
Dissi:spiegami. Mi spiegò che aveva un’amica che era l’amante di un editore famoso. Uno di quelli che affittano ghost writers per scrivere libri dozzinali, d’amore, gialli, qualsiasi genere un tanto al chilo.
Dovevo scriverne uno io, l’editore aveva ricevuto una copia di tutti i miei articoli di nera, e gli erano piaciuti. Era addirittura disponibile a pubblicare con il mio nome, un’occasione da non perdere, è la volta che finalmente tutto il mondo saprà quanto sei bravo, sono tanto innamorata di te.
La guardavo convinto che le teste fossero più di due, e tutte bacate. Poi guardai il contratto e davvero pensai che non potevo stare vedendo quello che era davanti ai miei occhi. Il contratto, il maledetto contratto era già firmato. Da me.
Dissi: ma è già firmato. Disse: non c’era tempo, ho falsificato la firma, non potevi perdere l’occasione.
Mi sedetti in preda alla vertigine. Lessi il contratto. Parlava di un romanzo. Un romanzo. Un romanzo. Un romanzo. Non riuscivo a smettere di pensare a quella parola, e a quante decine, centinaia di pagine bianche si devono dominare e ammansire per scrivere un romanzo. Quasi svenni. E il contratto era impegnativo, e con tanto di scadenze e specifiche tecniche. E penali in caso di inadempienza. Il compenso non era male, e questo era l’unico lato positivo che riuscii a trovare, nel tentativo di razionalizzare la disgrazia che mi era capitata. Di colpo mi trovai invischiato nel più grave evento di tutta la mia vita. E dovevo scrivere, a questo punto per forza, perché annullare il contratto sarebbe stato come denunciare la mia compagna, che si sarebbe trovata ad affrontare problemi seri.
Lì per lì litigai. Poi decisi che ci avrei provato. Che altra scelta avevo?
Fu il periodo più brutto della mia vita. Presi un mese di ferie dal giornale, che il mio Capo Redattore invece non prese per niente bene, e mi alzai tutte le mattine alle sette, per scrivere. Le prime due settimane non scrissi una sola riga. Non sto dicendo che buttassi via quello che scrivevo. Non scrivevo niente. Guardavo lo schermo del computer e quel bastardo di cursore in alto a sinistra, che sembrava battere i secondi della mia vita che trascorrevano senza che io potessi mettere giù neanche una parola. Con lei ero riuscito in qualche modo a gestirmi il fatto che il lavoro non procedesse. Le avevo detto che non la volevo intorno mentre scrivevo, ed anche che non volevo parlare del libro quando ci vedevamo, perché la cosa mi metteva in ansia. Che era vero. Tanto più per il fatto che ero costretto a dirle che stava procedendo. E invece era fermo alla prima parola della prima pagina, anzi prima. A volte, stando seduto davanti al bastardo, avevo un sussulto, come se un’idea stesse per arrivare o fosse appena passata, ma poi niente. Non riuscivo ad afferrare quello che l’idea mi voleva dire. Le dita non si muovevano, più morte che nella Noia di Sartre. Il venerdì della seconda settimana chiamai l’analista, facevo fatica anche a respirare, l’aria non andava giù ed avevo pensato seriamente di ammazzarmi pur di non tornare nel mio studio a guardare quella maledetta pagina vuota che non ne voleva sapere di riempirsi da sola. Mi disse: venga. Io ringraziai ed andai. Fu una buona mossa, mi convinse che ce la potevo fare.
Tornai a casa girando alla larga dallo studio, ma l’indomani mi alzai e ringraziando il cielo ad ogni parola, scrissi tre pagine. Tre! Non ci potevo credere. Chiamai l’analista per ringraziarlo ma era sabato e non c’era. Gli lasciai un messaggio sulla segreteria, praticamente in lacrime.
A volte meglio, a volte peggio qualcosa riuscivo a mettere giù. Lei mi chiedeva: come va. Io rispondevo invariabilmente: bene.
Dovetti ricominciare a lavorare al giornale e mi dispiacque molto perché vivevo nel terrore che la vena creativa si esaurisse. Mi spiavo continuamente per vedere come andassero le cose al giornale, ed in effetti sembrava che lo stato di grazia perdurasse, almeno abbastanza per scrivere qualche articolo.
Tornavo a casa la sera per scrivere, ed in almeno due occasioni mi sedetti al computer con ancora il cappotto addosso per vedere se riuscissi ancora a scrivere qualcosa anche quel giorno, ed in genere riuscivo. A volte no, ma mi sentivo un pochino più sicuro. Non tanto. Un pochino.
A intervalli regolari ero ancora imbestialito con la mia compagna, ma quando finii il quarto capitolo cominciò a fare capolino la sensazione deliziosa che forse ce l’avrei fatta, che sarei uscito da quell’incubo, che avrei scritto la maledetta parola fine in fondo a quell’orrendo cumulo di pagine che mi stavano togliendo la vita. A volte riuscivo solo a scrivere cinque o sei righe, ma era sempre meglio di niente.
Via via che la scadenza si avvicinava la pressione aumentava. L’editore cominciò a telefonare prima una volta alla settimana, poi due. Anche la mia donna chiamava, evidentemente lui le faceva pressione perché avevo detto che non avrei consegnato nulla prima che il libro fosse finito, facendo come i giocatori di poker incalliti che raddoppiano ogni volta la posta nella folle speranza di rifarsi di tutto in un sol colpo. Tutti e due chiedevano come andasse. A tutti e due dicevo: bene.
Sul tavolo dello studio avevo messo una serie di vaschette rosse, e per terra una scatola di cartone che aveva contenuto le risme di carta: cinque per ogni scatola, ce ne sono. Duemila e cinquecento pagine bianche. Nelle vaschette mettevo il risultato del lavoro, ogni volta che mi alzavo ristampavo l’intero libro, anche se avevo scritto solo dieci righe. Le vaschette erano sei, e solo dopo che l’ultima era stata riempita dall’ultima versione di libro, liberavo la prima per la stampa seguente. L’unica cosa che mi premeva era finire, ed avevo il terrore di perdere il lavoro già fatto. Facevo copie dei dati tutti i giorni e portavo una copia di tutto a casa di mia madre sulla strada per andare al lavoro. Ricordo che un giorno i ladri mi entrarono in macchina e gettarono a terra il manoscritto, che non era rilegato. Nel fregarmi l’autoradio avevano rovistato ovunque ed il libro era caduto a terra. Naturalmente ai ladri non gliene fregava nulla, del libro. Ma lo avevano calpestato e molte pagine erano state danneggiate. Fui colto dal terrore. Corsi a casa per sincerarmi che tutto fosse a posto, che le altre copie fossero salve ed il computer funzionante, colto dall’irragionevole sospetto che non si trattasse di un banalissimo furto di autoradio, ma di un tentativo di sabotaggio al mio libro, che mi stava costando la vita scrivere. Per fortuna tutto era a posto, c’era tutto, anche la versione che era stata calpestata, e quella prima, ed anche tutte le precedenti. Mi calmai un minimo. Un minimo.
Il resto della stesura procedette tra alti e bassi, attacchi di panico, a volte seguiti da attacchi di euforia che si susseguivano a volte nel giro di pochi minuti, e mi coglievano anche se non ero al computer. Mi sentivo come un ergastolano al quale avessero abbreviato la pena a vent’anni, ed a sei mesi dallo scadere del ventesimo anno. Stavo per uscirne, ce la potevo fare. Due mesi prima della data ultima di scadenza presi la decisione irrevocabile che alla consegna del libro avrei smesso qualsiasi tipo di attività legata allo scrivere. Volevo smettere di fare il giornalista, mi sarei guadagnato da vivere in qualche altro modo che ero certo di riuscire a trovare. Tutte le mie energie erano volte a finire, il mio piacere non proveniva dalla prospettiva che il libro venisse bene, bensì dal vedere che forse ce l’avrei fatta, e l’avrei finito. Mi vennero in mente alcune discussioni filosofiche che avevo studiato al Liceo, e conclusi senza ombra di dubbio che erano nel giusti i greci che pensavo al piacere come cessazione del dolore. Mi facevo coraggio ogni volta che dovevo affrontare una maledetta pagina bianca pensando che se l’avessi sconfitta avrei riavuto indietro il mio mondo, ma era un’hydra dalle troppe teste, e la certezza di finire non l’ebbi mai fino all’ultimo istante. Decisi anche che avrei lasciato la donna che mi aveva messo in questo casino, e che se il libro non fosse piaciuto all’editore gli avrei detto che non ero intenzionato neanche a rileggerlo, lo facessero mettere a posto da chi volevano. Non mi sentivo in nessun modo orgoglioso di quanto stessi facendo, era una battaglia terribile, uno stillicidio continuo. A volte vincevo qualche battaglia ma più spesso perdevo, e me ne rendevo conto. Nonostante questo, durante gli ultimi due mesi mi parve in qualche modo di aver superato il blocco. Stavo ancora molti minuti davanti al computer senza scrivere una riga, a volte ore, ma quando mi alzavo, a differenza del primo periodo, avevo sempre scritto qualcosa, poco o tanto che fosse.
E alla fine successe l’incredibile, l’impensabile: otto giorni prima della scadenza fissata finii il libro. Scrissi la parolina magica di quattro lettere senza quasi accorgermene: FINE. Salvai il lavoro e stampai il libro completo come se fosse normale, come se si trattasse banalmente della revisione di quel giorno. Invece era finito. Avevo finito di scrivere molto tardi ed andai a dormire un po’ frastornato. La realtà, l’enormità dell’evento mi cadde addosso come un macigno nel sonno: avevo finito. Avevo finito! Niente più dolori, ansie, deliri, e dolori, i dolori che mi dava quella maledetta pagina bianca lunga all’infinito!
Mi alzai che stava già albeggiando e stampai altre tre copie, mentre nelle vaschette della sera prima ce n’erano già altre due. Feci tutte le copie di dischetti. Preparai due di tutto per portare una copia da mia madre. Mi feci il caffè e mentre lo stavo sorseggiando mi alzai e stampai un copia ulteriore, non si sa mai.
Avevo finito! Non avrei mai più scritto una riga, il mondo era di nuovo il miglior posto in cui vivere.
La chiamai. Le dissi: l’ho finito. Lei mi disse: finito che cosa? Ma sono le quattro del mattino!. Dissi: lo so, ma l’ho finito.
Poi misi giù ed uscii.
Gli eventi che seguirono furono frastornanti, terribili. Consegnai alla casa editrice secondo quanto specificato dal contratto, mi dissero che era la prima volta nella storia della casa editrice (che esisteva da quasi duecento annni) che un autore consegnava in tempo un proprio scritto. Io sorridevo e facevo tutto quello che deve fare un scrittore, ma dentro di me non vedevo l’ora di potermi rifugiare a casa. Quello che è più incredibile è che tutti in quell’ambiente parlavano dello scrittore (o dell’autore, in qualche caso), con l’iniziale maiuscola, dicevano così: lo Scrittore, l’Autore. Come se fosse una bella cosa, come se non fosse la cosa più atroce del mondo da fare.
Insomma diedi tutto, firmai carte e controcarte e me ne andai.
Le telefonai e le disse: ti lascio. Volle sapere il perché ma mi resi conto che era inutile spiegarle, non avrebbe capito, e forse dalla sua prospettiva era impossibile farlo.
Ci misi due giorni per trovare le forze di essere nuovamente lucido. Il terzo andai al giornale e mi licenziai. Volevano sapere il perché ma valeva il discorso di prima.
Non avevo molti soldi ma li spesi per un viaggio di tre mesi, in cui mi divertii e non ebbi neppure per un secondo il dubbio di essermi sbagliato. Valutai anche l’ipotesi di rivedere l’analista che tanto mi aveva aiutato, con uno spirito un po’ da archeologo dell’intimo, per cercare di scoprire che cosa fosse successo in tutta la mia esistenza per portarmi ad odiare un’attività piacevole per molti ma ancora più a scegliere un lavoro che metteva me e lo scrivere a contatto quotidiano, come due ergastolani.
Naturalmente avrei avuto anche da risolvere molti problemi di altro genere, non ultimo quello economico, visto che a quel punto non avevo più lavoro. Devo dire però che vedevo tutto con occhi nuovi, come nei racconti dei pazienti usciti da anni di coma: mi parevo tutto bello e stimolante, anche l’idea di costruirmi una nuova professionalità a 40 anni.
Poi tornai. E ad attendermi all’aeroporto c’era lei, alla quale non ricordavo di aver detto quando sarei tornato. Mi disse: ciao, devo parlarti. Io dissi: come hai fatto a sapere del mio ritorno? Disse che si erano informati, proprio così, al plurale: ci siamo informati. Andammo a casa mia, io non aspettavo altro che lei se ne andasse e credo che lei lo sapesse. Era dispiaciuta e pensierosa, mentre guidava in silenzio. Però non mi pareva soffrisse particolarmente, anzi sembrava avere una specie di gioia nascosta, pareva ovvio che qualcosa di positivo comunque doveva esserle capitato, sembrava dire te l’avevo detto tutto il tempo.
Arrivammo a casa, lei aprì la porta mentre io portavo dentro le valigie e la mia abbronzatura da vacanza. Ci sedemmo in sala, uno di fronte all’altra. La casa puzzava di chiuso.
Disse: ti porto notizie dell’editore, una buona e una cattiva.
Dissi: dimmi.
Ma non era vera che erano una buona ed una cattiva. Erano tutte e due orrende. La prima era che il mio libro aveva avuto un enorme successo. Quarantamila copie erano andate esaurite in brevissimo tempo e l’editore stava facendo ristampare la seconda edizione che prevedeva di venderne almeno ancora altrettante: mi aspettavano interviste, incontri e seminari. Dovevo andare perfino alla radio ad un programma letterario che scopriva nuovi talenti. La seconda era relativa ad una clausola del contratto che lei disse di non aver notato. La clausola, scritta in corpo 6 in fondo alla al contratto diceva che il presente sanciva l’obbligo da parte mia a scrivere per la stessa casa editrice altri sei libri negli stessi termini del primo, nel caso in cui questo avesse avuto successo. Aveva chiesto agli avvocati, non c’era nulla da fare.
Mi guardò e disse: te l’avevo detto. Sorrideva.
Non avrei più dovuto cercarmi un nuovo lavoro, e neanche una nuova vita. Nello studio, il computer che avevo lasciato acceso mi faceva l’occhiolino con il cursore in altro a destra come a dire: sono pronto.
Note per Odio scrivere
Odio scrivere mi è stato ispirato - o forse l'ho "liberamente tratto" - da Cristina, una persona bellissima che di lavoro fa la giornalista, ma odia ferocemente scrivere. Per questo e per altri motivi è dedicato a lei. Odio scrivere non è mai stto pubblicato prima. Enjoy.
Insetti
Insetti
Gli insetti non fanno mai un cazzo che non sia serio. Terribilmente serio. Cazzutamente serio. Cercano cibo, combattono, cercano rifugi, costruiscono favi o termitai, o come cazzo di chiamano specie per specie.
Non ridono. Sono crudeli senza provare sentimenti, che è un’idea del tutto senza senso o soddisfazione.
Prendi le formiche, le formiche sono il più fottuto cazzuto insetto che esista. Vivono in un mondo chimico. Combattono, fecondano, scavano, scavano.
Ce ne sono migliaia di tipi, si dica specie o phylum, o che cazzo sia.
Le formiche mica fanno a pugni no. Il concetto di rissa gli sfugge.
Non s’incazzano neanche , quando un qualche segnale chimico gli da il via, combattono. La formica nr. 1 riceve il segnale, incontra la formica nr.2 che ha la sola colpa di essere delle tribù sbagliata.
Non è che la assalga, non è che si spintonino, passino dai messaggi chimici alle mani (o alle chele, o che cazzo), no. Loro si tranciano in due con i le tenaglie che hanno sulla testa. I cheliceri, o come cazzo si chiamano. In certi punti del corpo sono sottili.
Se sei una formica del tipo chimico sbagliato (che manco lo sai) e hai una parte del corpo sottile – e come fai a non averlo, se sei formica? – ti arriva quella competente territorialmente e con i suoi cheliceri – o come cazzo si chiamano – ti abbranca dove sei sottile e ti trancia a metà. Sti cazzi.
Dopo una battaglia fra formiche chimicamente avversarie c’è un macello.
Non per molto, ma c’è.
Ci sono di tipi di formica che hanno più punti di sottigliezza di altri. Così se infuria una battaglia trovi più pezzi. Non ce ne siano tanti tipi, di pezzi. Son fatte un po’ col Lego, le formiche. Ci sono i pezzi davanti, cheliceri o come cazzo si chiamano più antenne, occhi eccetera, diciamo la testa fino al collo, giusto per umanizzare l’esempio. Poi pezzi di mezzo, tipo una pallina con ai lati un numero pari di zampe (quando va bene, sennò dispari oppure niente). Poi i pezzi in fondo, potremmo dire culi se fossimo sicuri che la fanno dal quel pezzo lì. Diciamo la parte in fondo della formica. Dato che camminano solo in avanti, almeno si capisce qual è il dietro.
Se viene fuori un tipo nuovo di formica, con una testa, un culo, e nel mezzo trecentosedici palline di mezzo, da un campo di battaglia di formiche gli entomologi non si accorgono mica.
Dicevo, che mica dura tanto il macello su un campo di battaglia. Ti chiedi perché? Te lo chiedi? Bravo, chieditelo. Ma ovvio, i resti di formica sono cibo. Solo che quelle con il corpaccione e le chelone –sono le guerriere- mica trasportano, quelle combattono.
Arriva il segnale chimico e vanno: tranciano punti sottili – o meno sottili, nel clamore della battaglia capita – oppure se butta male si fanno tranciare. Poi tornano al formicaio. Dato che le formiche, come tutti gli insetti, di poco serio non hanno un cazzo, come tornano sparano quattro cazzate chimiche sulla battaglia, e le trasportatrici partono.
Vanno a recuperare i pezzi delle avversarie, e credo anche delle loro, tanto sempre cibo è. A volte mi viene il dubbio che con i pezzi migliori ci costruiscano altre formiche, ma è un dubbio.
Adesso che l’ho spiegato, come funziona, c’è ancora qualcuno che voglia contestare la mia affermazione di apertura, che vi ricordo era: "gli insetti non fanno mai un cazzo che non sia serio"? No, eh? Bè, nel caso non vi bastasse, in questo momento sulla Moleskine a quadretti che sto usando per scrivere, c’è appena atterrata una mignatta, o come cazzo si chiama.
E’ una formica con le ali, credo che poi le perda come fonda una nuova colonia e diventa regina, non son sicuro ma credo che vada così. Arriva per puro caso, magari trascinata dal vento, e subito si sbatte per affari serissimi.
Tralascio il gioco di parole mignatta/mignotta, però viene spontaneo perché questa qui mi è atterrata nel mezzo della pagina con un’altra formica – presumo maschio – attaccata al pezzo di dietro, diciamo al culo, usando come pezzo di connessione il suo, di culo.
La mignatta è grossa tre volte, ha un sacco di casini e sta cercando di trovare un posto adatto per il nido, presumo. Il suo fidanzato è attaccato per il culo, e vede il modo che va nella direzione sbagliata. Mentre mi camminano su per la Moleskine , o almeno una cammina e l’altro fa quello che può, muovono le antenne. Lei intenta, lui frenetico.
Ammettendo anche un certo senso dell’umorismo in almeno uno dei due sessi, se fai l’insetto, hai poco da ridere.
E adesso se non la piantate vi parlo delle vespe.
Scritto a Stromboli il 17.09.2004
All’Ingrid in piazza
Note per Insetti
Oè, adesso non è che uno scriva sempre robe pesanti, no? Qualche volta ti viene anche di scrivere delle cose divertenti... e difatti...
Enjoy
Apparenze
Apparenze
E lo guardavo, lo guardavo morire, con il cuore stretto come il pugno di un bambino, davanti ai miei occhi, moriva. Qualcuno da qualche parte aveva staccato la spina, il fluido vitale, la vita stessa sfuggiva dalle sue membra, quasi visibile, quasi da poter toccare per restituirlo ma poi, poi… una vita che fugge non si può riportare indietro. No, non si può. Non si può.
Io seduto lì, con davanti a me la mia creatura, la creatura che più amavo al mondo, per la quale avrei dato non solo la vita, no, anche il mio più profondo dolore, anche la mia stessa anima, stava morendo. Morendo. Stava lentamente morendo. Il simbolo della morte, l’immobilità avanzava trionfante e mano a mano che la vita, sempre più tiepida, e debole si ritirava, il freddo avanzava, lasciando dietro di sé lo sterminio, il vuoto, la morte.
Pregavo Dio, me ne ricordo, io che non ho mai creduto in nulla, pregavo tutto ciò che mi veniva in mente di pregare perché dovevo affrontare la più atroce delle sfide, la vita della mia creatura, la sua vita in cambio di tutto, ma senza avere nulla do offrire in cambio perché nulla che possedessi valeva quanto lei valeva. La mia creatura che stava lì, davanti a me, e che si affievoliva in un modo che solo io potevo vedere. La mia creatura, la mia creatura…stava morendo. Davanti a me. Davanti a me, moriva. Morire può richiedere tanto, perché ci si aggrappa alla vita, perché resta tanto da fare, perché… ed io pregavo, e pregavo, non so neanche di preciso chi e gli dicevo "mi arrendo, chiunque tu sia, mi arrendo. Salvalo, ti prego salvalo, non esistano altri dei in terra, non mi importa che tu sia demonio o dio o morte o qualsiasi altra cosa. Salvalo. Non ho ira, guardami, guardami! Non mi importa più nulla di nulla di tutto quanto la luce del sole potrà mai illuminare, non mi importa. no. Se lo vuoi desidererò ancora solo perché tu possa portarmi via tutto. Se ti può compiacere crederò in falsi dei che potrai uccidere, in piacere che mi toglieranno la vita ad ogni gioia, in poeti, santi, religioni, maestri, crederò a tutto questo, così potrai togliermelo. Ma salvalo, ti prego, è la mia creatura, l’ho fatto io, è il sangue del mio sangue, l’anima al posto della mia. Salvalo. Salvalo.
Ti porterò mille anime, dio o demonio, basta che tu chieda, ti porterò l’impossibile, la bontà in fondo al cuore dell’aguzzino, la luna del pozzo, il mondo intero, l’Universo che vuoi! Ma salvalo, salvalo, te ne prego. Te ne prego. Salvalo.
La mano del Destino è scesa su questa terra ed ha preso me, e non mi ha preso per le viscere o per il collo, no! Mi ha preso per la mia creatura. Per il mio figlio adorato, per il mio amore a cui tutto devo, e senza il quale non so neppure chi io sia, perché viva, perché soffra.
Essere, dio, demone, salvalo, te lo chiedo come un servitore e come un essere abbietto, sarò pianta ed animale, sarò mostro patetico ed ombra, sabbia e deserto, nuvola e cielo. Salvalo.
Ti prego.
Salva il mio libro.
Note per Apparenze
Apparenze è un racconto brevissimo ma forte, scritto in due ore di furore autorale. Non è mai stato pubblicato prima ed ha un andamento che può dispiacere, ma mi è uscito così. L'ho pensato per essere letto da un attore ed è stato in qualche modo ispirato da "Iliade" di Barricco. Enjoy.
Tanto vale
Tanto vale
Tre giorni fa stavo seduto su uno scalino della chiesa, non lontano da casa mia. O almeno, da quella che sarebbe stata casa mia solo per altre 24 ore. Ero senza lavoro e l’iter per la procedura di sfratto era alle battute finali: in questo mondo se non hai soldi non c’è limite alla quantità di umiliazioni che ti tocca subire. Ed anche alla quantità di gente, che si sente in dovere di infierire.
Di pagare l’affitto ormai non se parlava proprio più, ero indietro praticamente di un anno, e non avevo in tasca neanche i soldi per mangiare qualcosa. Stavo davanti alla chiesa con altri cinque o sei disperati come me, che avevo imparato ormai a conoscere. Stavamo aspettando che finisse la Messa per chiedere l’elemosina a quelli che uscivano. Specialmente in inverno a volte si è fortunati perché con l’approssimarsi del Natale spesso i sermoni dei preti invitano la gente a pensare a “chi ha meno”. Nessuno che dica mai quanto meno, ma comunque…
Dato che però anche la disperazione va presa a dosi, di solito in attesa di indossare la faccia patetica che precede l’allungare la mano, si parlava del più e del meno. Dopo per una moneta ci si scanna, ma nessuno serba rancore, perché tutti conoscono bene le disperazione ed il bisogno, e quindi va bene così. Chi non ha denaro non ha neppure tempo. Nel senso che per te conta solo il momento attuale, l’adesso, perché non avere soldi non ti consente di prevedere niente, di pianificare niente, di ipotizzare niente. La mancanza di soldi ti ruba ogni futuro possibile, e quindi ti resta solo il presente. Ti serve sempre qualcosa, e ti serve sempre adesso. Io ero tra i più fortunati, avevo ancora la casa, ma solo per ancora due giorni. Poi sarebbe arrivato l’Ufficiale Giudiziario, magari con la Polizia e mi avrebbe buttato fuori. Chi non si trova in queste condizioni non vede l’umanità come è, o almeno non ne vede una parte, e si tratta di quella più sgradevole.
Ci sono intere famiglie di persone che cercano i deboli per sfogare su di loro le proprie debolezze, non essendo in grado di farlo con persone normali, e questo per la sola abbietta ragione che queste reagirebbero. Una volta ho letto da qualche parte che le persone che godono ad infliggere dolore detestano il dolore fisico, ne hanno il terrore. Forse proprio per il fatto che non lo riescono a sopportare godono così tanto nell’infliggerlo. E quel che è peggio è che il mondo che li circonda non prova alcun piacere ad infliggere dolore a loro, e quindi loro possono continuare impunemente ad essere le persone abbiette che sono. Ma sto divagando.
Stavamo aspettando che la Chiesa aprisse le porte, e la gente uscisse. Qualcuno stava già litigando per la miglior posizione, qualcuno faceva già le prove per impietosire con la faccia più emaciata, lo sguardo più triste. La fame rende grandi attori.
Faceva molto freddo, e non è che battere i piedi e soffiarsi nelle mani aiuti molto, quando hai addosso vestiti estivi perché non ne hai altri. Comunque, battevo e soffiavo.
Finalmente i più frettolosi iniziavano ad uscire e noi ci siamo disposti come sempre su due ali, allungando la mano. La competizione è sempre fra di noi, ma non si può correre il rischio di irritare i clienti. Un signore con un cappotto lungo fece la faccia grigia di chi non dà mai nulla, e tirò dritto. Dietro c’era una signora con una bambina bionda per mano, e dietro ancora tutti gli altri che stavano via via finendo di sistemare i colletti dei cappotti, indossando sciarpe e foulard, ed infine uscendo.
In chiesa doveva fare caldo, erano tutti stretti nei loro vestiti pesanti e ad ogni respiro le persone esalavano una nuvola di vapore bianco. Io non ero posizionato male, nella fila di sinistra, sarò stato il terzo o il quarto. In più quello davanti a me era palesemente ubriaco, per cui di monete ne avrebbe viste ben poche. Dalla tasca gli spuntava un cartone di vino con il tappo di plastica bianco, di quelli a vite.
Tanti tiravano via, ma qualcuno frugava nelle tasche per trovare qualche spicciolo, o il portamonete.
Ad un certo punto un signore anziano tirò fuori il portafogli per prendere una moneta e il primo della fila, un certo Enzo, barbone e tossico, fece quello che non si deve mai fare: gli strappò il portafogli dalle mani e si mise a correre. Io mica lo so che cosa mi sia preso, per mesi mi era capitato di stare in mezzo ai casini cercando di limitare i danni il più possibile, ma insomma senza capire neanche bene mi sono trovato a correre dietro a Enzo.
Oltrepassiamo di corsa la chiesa, tutti gli altri erano rimasti troppo sorpresi per inseguirlo e lui di certo contava su quello. Correva e io gli correvo dietro. Svoltiamo in un vicolo, poi per un’altra strada. Corre. Corro.
Senza fermarsi un attimo si gira e vede che lo inseguo
“Che cazzo vuoi?” – urla –
“Fermati!” – gli urlo col fiato mozzo -
“Che cazzo vuoi, fatti i cazzi tuoi, vattene!” – e intanto correva -
Io continuavo a corrergli dietro, senza sapere di preciso perché Alla fine gli salto addosso, rotoliamo in terra, io finisco con una spalle nell’acqua, lui mi tira un cazzotto che mi prende di striscio ma non lo voglio picchiare, Gesù, non lo so il perché, voglio solo che mi restituisca quel cazzo di portafogli. Riesco in qualche modo a metterlo con le spalle a terra e con le mani gli tengo i polsi inchiodati giù. Ha le mani sopra la testa con le braccia quasi stese, e cerca di liberarsi, ma è debole e non ce la fa. Probabilmente non mangia da più tempo di me. Nella mano destra ha ancora il portafogli, un bel portafogli di pelle di vitello, marrone chiaro. Alla fine smette di colpo di dibattersi, è come se le energie lo abbandonassero di colpo. Scoppia a piangere. Gli riprendo il portafogli, lo aiuto ad alzarsi, cerco di calmarlo ma lui continua a piangere. Gli vengono fuori dagli occhi la disperazione, la fame, il dolore di una vita spesa male. Lo abbraccio forte.
“Dài, non succede niente, ora calmati è tutto a posto”
Lui tiene le braccia lungo i fianchi, sembra uno zombie malvestito, continua a piangere singhiozzando. Io sono stupito che ancora nessuno ci abbia raggiunti, ma avevamo corso per un bel tratto.
Gli prendo il portafogli, lo apro. Dentro ci sono almeno cinquemila euro. Prendo una banconota da cento e gliela do, uno che gira con così tanti soldi tanto mica se ne accorge. Gliela porgo ma lui sta sempre piangendo con gli occhi chiusi, bagnato e malvestito in mezzo al marciapiede. Gli apro la mano e gli metto dentro i soldi, poi gliela chiudo. Lo spingo dolcemente indietro, contro una macchina parcheggiata. Lo faccio appoggiare.
Poi mi rimetto a correre, ho i polmoni tagliati ma devo fare in fretta. Torno sul sagrato della chiesa, c’è la madama. Il signore anziano sta parlando con i poliziotti, mi viene da pensare che sia molto composto, quest’uomo.
Sto ancora correndo, gli grido “eccolo, l’ho preso, l’ho preso”. Arrivo con il fiatone e sono così scoppiato che mi devo piegare appoggiando le mani sulle ginocchia, il fiato non ne vuole sapere di tornare dentro i polmoni.
Tutti si girano verso di me, in quel momento sta uscendo anche il prete dalla chiesa per vedere cosa stia succedendo. I buoni cristiani, ovviamente, se ne sono andati a casa.
Sono ancora trafelato, faccio fatica a parlare.
“Signore, aspetti, ecco, guardi, il suo portafogli”
Glielo do.
Lui lo prende e ci guarda dentro, non si accorge che mancano i soldi che ho dato ad Enzo.
I poliziotti mi guardano storto.
“E questo chi cazzo è?” – dice il primo poliziotto, le braccia conserte -
“Quello che ha inseguito l’altro” – risponde l’uomo anziano –
“Ma non aveva detto che erano complici?” – chiede il poliziotto –
“Evidentemente mi sbagliavo”
Io accenno un sorriso, ma mi viene male perché sto gelando dal freddo e mi trema tutta la bocca. “Fra dieci secondi inizio a battere i denti” – penso – “ e domani ho la bronchite”.
Questo ultimo pensiero mi terrorizza, ti può ammazzare, una bronchite, se non hai una casa dove curartela. D’altra parte il riscaldamento non lo pago più da tempo, quindi a casa fa comunque freddo. Però fuori ne fa di più. E’ dicembre, e siamo a Milano.
L’uomo ha finito di controllare.
“C’è tutto” – dice –
“Vuole sporgere denuncia?” – si informa il poliziotto –
“No, non voglio sporgere denuncia” – risponde l’uomo –
Il poliziotto si stringe nelle spalle, lui e il suo collega risalgono in macchina senza neanche salutare.
Il prete arriva, vede che ormai tutto è a posto, se ne torna al caldo in sagrestia.
Io giro i tacchi e faccio per andarmene, sotto lo sguardo dell’uomo che forse non ha ancora deciso se fidarsi.
“Aspetti” - mi chiama –
Mi fermo e lo guardo.
“Perché lo ha fatto?”
“Fatto cosa?”
“Perché mi ha restituito il portafogli? Poteva tenerselo lei”
“Allora tanto valeva che lo tenesse lui” – ho risposto, alludendo a Enzo. Non gli volevo dire il nome, ovviamente.
L’uomo rimase in silenzio. Poi senza dire niente tirò fuori il portafogli, prese tutti i soldi ce c’erano dentro e me li porse.
“Tenga” – disse –
Io lo guardavo. Era un bell’uomo, certamente ben oltre i settant’anni. Mi stava porgendo ad occhio e croce forse il doppio di quello che dovevo al mio padrone di casa.
Presi i soldi
“Perché me li dà?”
“Sennò tanto valeva che li tenesse lui” – disse. Poi, senza proferire parola si allontanò con andatura lenta. Si girò un secondo a guardarmi e per un attimo un sorriso gli spaccò in due il viso serio.
Sorrisi anche io ma non mi venne bene perché battevo i denti.
Appena fu sparito ripresi a correre. Girai troppo velocemente dietro l’angolo della chiesa, scivolai su una pozzanghera e caddi. Mi rimisi in piedi e ripresi a correre, qualcuno si girò a guardarmi, e vide un barbone blu dal freddo che correva indossando mocassini estivi scalcagnati, e bagnato per metà.
Corsi. E corsi. E corsi.
Alla fine arrivai al punto in cui aveva lasciato Enzo. Era ancora lì. Si era un po’ calmato e stava fumando una sigaretta, gli occhi rossi dal pianto, bassi a guardarsi le scarpe. Non sollevò lo sguardo quando mi trovai davanti a lui.
“Enzo” – lo chiamai –
Alzò gli occhi su di me senza alzare la testa
“Che vuoi?”
Tirai fuori i soldi dalla tasca e li divisi a metà. Gli allungai la sua parte.
“Tieni”
“Credevo glieli avresti restituiti”
“L’ho fatto, non li ha voluti”
“Non li ha voluti?” – era piuttosto incredulo -
“No, me li ha ridati”
“E perché me li dai, te li potevi tenere tu.” – adesso era proprio incredulo -
Lo guardai un secondo in faccia.
“Allora tanto valeva che se li tenesse lui”.
Mi voltai e me ne andai. I soldi adesso per l’affitto magari non bastavano più, ma erano qualcosa, un inizio.
Vidi con la coda dell’occhio Enzo gettare via la sigaretta, mettere le mani in tasca ed avviarsi in direzione opposta alla mia.
Forse era un’impressione, ma mi pareva che camminasse con minor sforzo.