VUTQ: quello che scrivo
Tuesday, January 25, 2005
  Un bar
(Dedicato a Camilla nel giorno del suo 41° compleanno)
In un bar della periferia ci si trovano delle storie che delle volte sono così belle da lasciare senza fiato, solo che a cercarle non ci va nessuno, o almeno non più di quanto si vada in campagna a cercare poeti, ed è da dire che questo è strano, perché la poesia è nella terra, ma ci scoccia.
"I bar sono spesso come le canzoni di De Andrè", dice il barista sotto casa mia, "solo che i clienti, anche se non sono gigli, sono molto spesso dei figli di puttana che ti levano la pelle di dosso se aumenti i prezzi del caffè". Punti di vista.
Il bar di cui vorrei parlare io è di quelli che ancora resistono, ma trattandosi di Milano non si fa fatica a capire che non reggerà ancora molto. Servono due soli tipi di vino, bianco e rosso, e cattivi tutti e due. Però è il tipo di bar dove puoi essere pensionato, e non avere altro posto dove andare, e allora andare lì, e sederti, e prendere solo un caffè e dopo startene due ore senza dire o fare nulla senza che nessuno se la prenda o ti mandi via. In genere, sono l’unico cliente in giacca e cravatta ad entrare, e fanno fatica a capire che cosa io voglia, sembro una mosca nel latte. Sembrerebbero aspettarsi che io vada a casa a cambiarmi prima di entrare. Certamente non posso andare lì per scrivere, penserebbero che sia della Finanza, o qualcosa del genere. Non è il genere di posto nel quale si rifletta sul fatto che i libri qualcuno li debba pur scrivere. Non è poi concepibile del tutto che si possa pensare di andare lì, per scriverli. E difatti non ci vado. Bevo in piedi. Ci vado per vedere la Matta, che a volte sta a fissarti da quando entri a quando sei già uscito, e qualche volta improvvisa un passo di danza su una musica che sente solo lei. Ci vado a capire com’è il mondo che non capisco, quello delle persone vere perché io ormai vedo solo personaggi, e quello che potrebbero fare messi dentro un libro. C’era un altro bar dove andavo in passato, e neanche lì scrivevo perché nei bar non si scrive. Poi però correvo a casa appena avevo la testa piena di parole e non ce ne stavano più, e a volte perdevo dei pezzi per strada, vacca eva, perché nel bar non si scriverà, e va bene, però si deve bere, e quello lì era un bar molto più yuppie di questo di adesso, e oltre a bere roba forte se ti fermi di bere ti saltano addosso in quattro, o ti portano il conto anche se non l’hai chiesto, che è lo stesso.
Comunque il bar di adesso ha appena cambiato gestione. Ci sono dentro una famiglia ed alcuni praticanti che a intervalli regolari se ne vanno, un po’ perché sono in nero, un po’ perché prima o poi chiedono un aumento, e loro l’aumento non te lo danno. Per cui, anche il servizio fa schifo, perché dentro lì non c’è uno che sia barista, tutti più o meno imbucati, dal bisogno o dalla necessità (tanto lo so che è uguale). Parecchi clandestini, qualche volta belle ragazze, che gli avventori cercano invariabilmente di portarsi a letto e non sono mica tanto sicuro che di tanto in tanto qualcuno non ce la faccia. E’ il tipo di bar che anche quando è pulito (e lo è raramente), sembra sempre sporco perché i colori dentro sono quelli degli Anni 70, ed Anni 70 economici. Marrone, grigio. Vende anche le sigarette, e quindi dentro ci si fuma, per cui va aggiunto anche il giallo della nicotina. Ci sono quattro che giocano a carte, tutti i giorni, o almeno tutti i giorni in cui ci vado io, giorni che però sono rari nel mese, e mai con un minimo di abitudine o regolarità. Ci capito. Per cui, dato che non mi sembrano telepati o agenti della DIGOS in borghese, secondo me stanno proprio lì tutto il giorno e tutti i giorni. Mica sono solo pensionati, anche se si tratta della maggioranza. Anche qualcuno sulla cinquantina, quel tipo di uomo con magari solo un anello, ma troppo grosso, che non si sa come si guadagni da vivere, ma che comunque lascia giù un sacco di soldi nelle macchinette mangia-soldi, che dico io come si fa ad essere tanto scemi da giocare con una macchinetta che si chiami " mangia-soldi" !? Si chiamassero almeno "regalo quattrini", forse si protrebbe capire… invece te lo dice anche, che ti fotte la pensione, non hai neanche la soddisfazione di poterti lamentare, dopo.
La moglie del titolare è una donna sgradevole, deprivata del sorriso, al massimo fa una smorfia. Non capisce niente e non fa niente per capire nulla. E dato che comunque qualcosa ai figli bisogna insegnare, la figlia è bella uguale e sa tutto quello che sa la madre, e cioè niente.
Il titolare una volta mi ha detto che "anche lui" (ma rispetto a chi?) quando era giovane piaceva alle donne, e che con i suoi amici di gioventù ci andava spesso, a donne, e di quella volta che una puttana lo ha lasciato giù dalla macchina, e di quella volta che lui ne ha lasciata giù una ed è scappato senza pagare. E me le racconta con la moglie alla cassa che o non sente o non vuole sentire. Secondo me, mi racconta queste cose perché pensa che le faccia anch’io, solo che le nostre discussioni non partono neanche perché io non ho esperienze di questo tipo e quindi non so che dire. Mi sarebbe quasi piaciuto provare ad inventare. Dopotutto faccio lo scrittore, e se non sono bravo ad inventare storie io…
Solo che quando le dico mica mi vengono bene. Anzi, a volte non mi vengono bene neanche quando le scrivo, deve essere per quello che nessuno mi pubblica mai niente. Sono inadeguato alle linee editoriali correnti. Mica i miei romanzi. Proprio io.
Ieri sono stato al bar, e mi hanno guardato in modo un po’ diverso dal solito. Deve essere perché in me è cambiato qualcosa. Anche da fuori, perché l’ultima inadeguatezza editoriale mi è costata la cravatta, nel senso che ieri mattina quando mi sono alzato ho considerato che se tanto nessuno viene a farti la foto per la quarta di copertina, dove secondo me è importante avere la cravatta, allora tanto vale togliersela. Nel frattempo anche i soldi sono quasi finiti, insieme all’ultimo lavoro temporaneo difficile da trovare. Ho bisogno di tempo per scrivere, ma insomma, in questo periodo mi vengono solo in mente idee che passano dalla bella idea all’inadeguatezza nel tempo di due invii prioritari di posta.
Così insomma ieri sono tornato. Ho chiesto se per caso il prezzo del rosso fosse aumentato, e mi hanno detto di no, e questo mi ha fatto piacere. In fondo poi questi qui non sono così male, neanche la Matta. Al tavolo della scopa c’era un posto libero. Mi sono avvicinato e ho posato il mio bicchiere sul tavolino della scopa rendendo simmetrica la disposizione degli altri tre. Tempo di sedere e m’han detto che a fare le carte, toccava a me.
 
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