Tanto vale
Tanto vale
Tre giorni fa stavo seduto su uno scalino della chiesa, non lontano da casa mia. O almeno, da quella che sarebbe stata casa mia solo per altre 24 ore. Ero senza lavoro e l’iter per la procedura di sfratto era alle battute finali: in questo mondo se non hai soldi non c’è limite alla quantità di umiliazioni che ti tocca subire. Ed anche alla quantità di gente, che si sente in dovere di infierire.
Di pagare l’affitto ormai non se parlava proprio più, ero indietro praticamente di un anno, e non avevo in tasca neanche i soldi per mangiare qualcosa. Stavo davanti alla chiesa con altri cinque o sei disperati come me, che avevo imparato ormai a conoscere. Stavamo aspettando che finisse la Messa per chiedere l’elemosina a quelli che uscivano. Specialmente in inverno a volte si è fortunati perché con l’approssimarsi del Natale spesso i sermoni dei preti invitano la gente a pensare a “chi ha meno”. Nessuno che dica mai quanto meno, ma comunque…
Dato che però anche la disperazione va presa a dosi, di solito in attesa di indossare la faccia patetica che precede l’allungare la mano, si parlava del più e del meno. Dopo per una moneta ci si scanna, ma nessuno serba rancore, perché tutti conoscono bene le disperazione ed il bisogno, e quindi va bene così. Chi non ha denaro non ha neppure tempo. Nel senso che per te conta solo il momento attuale, l’adesso, perché non avere soldi non ti consente di prevedere niente, di pianificare niente, di ipotizzare niente. La mancanza di soldi ti ruba ogni futuro possibile, e quindi ti resta solo il presente. Ti serve sempre qualcosa, e ti serve sempre adesso. Io ero tra i più fortunati, avevo ancora la casa, ma solo per ancora due giorni. Poi sarebbe arrivato l’Ufficiale Giudiziario, magari con la Polizia e mi avrebbe buttato fuori. Chi non si trova in queste condizioni non vede l’umanità come è, o almeno non ne vede una parte, e si tratta di quella più sgradevole.
Ci sono intere famiglie di persone che cercano i deboli per sfogare su di loro le proprie debolezze, non essendo in grado di farlo con persone normali, e questo per la sola abbietta ragione che queste reagirebbero. Una volta ho letto da qualche parte che le persone che godono ad infliggere dolore detestano il dolore fisico, ne hanno il terrore. Forse proprio per il fatto che non lo riescono a sopportare godono così tanto nell’infliggerlo. E quel che è peggio è che il mondo che li circonda non prova alcun piacere ad infliggere dolore a loro, e quindi loro possono continuare impunemente ad essere le persone abbiette che sono. Ma sto divagando.
Stavamo aspettando che la Chiesa aprisse le porte, e la gente uscisse. Qualcuno stava già litigando per la miglior posizione, qualcuno faceva già le prove per impietosire con la faccia più emaciata, lo sguardo più triste. La fame rende grandi attori.
Faceva molto freddo, e non è che battere i piedi e soffiarsi nelle mani aiuti molto, quando hai addosso vestiti estivi perché non ne hai altri. Comunque, battevo e soffiavo.
Finalmente i più frettolosi iniziavano ad uscire e noi ci siamo disposti come sempre su due ali, allungando la mano. La competizione è sempre fra di noi, ma non si può correre il rischio di irritare i clienti. Un signore con un cappotto lungo fece la faccia grigia di chi non dà mai nulla, e tirò dritto. Dietro c’era una signora con una bambina bionda per mano, e dietro ancora tutti gli altri che stavano via via finendo di sistemare i colletti dei cappotti, indossando sciarpe e foulard, ed infine uscendo.
In chiesa doveva fare caldo, erano tutti stretti nei loro vestiti pesanti e ad ogni respiro le persone esalavano una nuvola di vapore bianco. Io non ero posizionato male, nella fila di sinistra, sarò stato il terzo o il quarto. In più quello davanti a me era palesemente ubriaco, per cui di monete ne avrebbe viste ben poche. Dalla tasca gli spuntava un cartone di vino con il tappo di plastica bianco, di quelli a vite.
Tanti tiravano via, ma qualcuno frugava nelle tasche per trovare qualche spicciolo, o il portamonete.
Ad un certo punto un signore anziano tirò fuori il portafogli per prendere una moneta e il primo della fila, un certo Enzo, barbone e tossico, fece quello che non si deve mai fare: gli strappò il portafogli dalle mani e si mise a correre. Io mica lo so che cosa mi sia preso, per mesi mi era capitato di stare in mezzo ai casini cercando di limitare i danni il più possibile, ma insomma senza capire neanche bene mi sono trovato a correre dietro a Enzo.
Oltrepassiamo di corsa la chiesa, tutti gli altri erano rimasti troppo sorpresi per inseguirlo e lui di certo contava su quello. Correva e io gli correvo dietro. Svoltiamo in un vicolo, poi per un’altra strada. Corre. Corro.
Senza fermarsi un attimo si gira e vede che lo inseguo
“Che cazzo vuoi?” – urla –
“Fermati!” – gli urlo col fiato mozzo -
“Che cazzo vuoi, fatti i cazzi tuoi, vattene!” – e intanto correva -
Io continuavo a corrergli dietro, senza sapere di preciso perché Alla fine gli salto addosso, rotoliamo in terra, io finisco con una spalle nell’acqua, lui mi tira un cazzotto che mi prende di striscio ma non lo voglio picchiare, Gesù, non lo so il perché, voglio solo che mi restituisca quel cazzo di portafogli. Riesco in qualche modo a metterlo con le spalle a terra e con le mani gli tengo i polsi inchiodati giù. Ha le mani sopra la testa con le braccia quasi stese, e cerca di liberarsi, ma è debole e non ce la fa. Probabilmente non mangia da più tempo di me. Nella mano destra ha ancora il portafogli, un bel portafogli di pelle di vitello, marrone chiaro. Alla fine smette di colpo di dibattersi, è come se le energie lo abbandonassero di colpo. Scoppia a piangere. Gli riprendo il portafogli, lo aiuto ad alzarsi, cerco di calmarlo ma lui continua a piangere. Gli vengono fuori dagli occhi la disperazione, la fame, il dolore di una vita spesa male. Lo abbraccio forte.
“Dài, non succede niente, ora calmati è tutto a posto”
Lui tiene le braccia lungo i fianchi, sembra uno zombie malvestito, continua a piangere singhiozzando. Io sono stupito che ancora nessuno ci abbia raggiunti, ma avevamo corso per un bel tratto.
Gli prendo il portafogli, lo apro. Dentro ci sono almeno cinquemila euro. Prendo una banconota da cento e gliela do, uno che gira con così tanti soldi tanto mica se ne accorge. Gliela porgo ma lui sta sempre piangendo con gli occhi chiusi, bagnato e malvestito in mezzo al marciapiede. Gli apro la mano e gli metto dentro i soldi, poi gliela chiudo. Lo spingo dolcemente indietro, contro una macchina parcheggiata. Lo faccio appoggiare.
Poi mi rimetto a correre, ho i polmoni tagliati ma devo fare in fretta. Torno sul sagrato della chiesa, c’è la madama. Il signore anziano sta parlando con i poliziotti, mi viene da pensare che sia molto composto, quest’uomo.
Sto ancora correndo, gli grido “eccolo, l’ho preso, l’ho preso”. Arrivo con il fiatone e sono così scoppiato che mi devo piegare appoggiando le mani sulle ginocchia, il fiato non ne vuole sapere di tornare dentro i polmoni.
Tutti si girano verso di me, in quel momento sta uscendo anche il prete dalla chiesa per vedere cosa stia succedendo. I buoni cristiani, ovviamente, se ne sono andati a casa.
Sono ancora trafelato, faccio fatica a parlare.
“Signore, aspetti, ecco, guardi, il suo portafogli”
Glielo do.
Lui lo prende e ci guarda dentro, non si accorge che mancano i soldi che ho dato ad Enzo.
I poliziotti mi guardano storto.
“E questo chi cazzo è?” – dice il primo poliziotto, le braccia conserte -
“Quello che ha inseguito l’altro” – risponde l’uomo anziano –
“Ma non aveva detto che erano complici?” – chiede il poliziotto –
“Evidentemente mi sbagliavo”
Io accenno un sorriso, ma mi viene male perché sto gelando dal freddo e mi trema tutta la bocca. “Fra dieci secondi inizio a battere i denti” – penso – “ e domani ho la bronchite”.
Questo ultimo pensiero mi terrorizza, ti può ammazzare, una bronchite, se non hai una casa dove curartela. D’altra parte il riscaldamento non lo pago più da tempo, quindi a casa fa comunque freddo. Però fuori ne fa di più. E’ dicembre, e siamo a Milano.
L’uomo ha finito di controllare.
“C’è tutto” – dice –
“Vuole sporgere denuncia?” – si informa il poliziotto –
“No, non voglio sporgere denuncia” – risponde l’uomo –
Il poliziotto si stringe nelle spalle, lui e il suo collega risalgono in macchina senza neanche salutare.
Il prete arriva, vede che ormai tutto è a posto, se ne torna al caldo in sagrestia.
Io giro i tacchi e faccio per andarmene, sotto lo sguardo dell’uomo che forse non ha ancora deciso se fidarsi.
“Aspetti” - mi chiama –
Mi fermo e lo guardo.
“Perché lo ha fatto?”
“Fatto cosa?”
“Perché mi ha restituito il portafogli? Poteva tenerselo lei”
“Allora tanto valeva che lo tenesse lui” – ho risposto, alludendo a Enzo. Non gli volevo dire il nome, ovviamente.
L’uomo rimase in silenzio. Poi senza dire niente tirò fuori il portafogli, prese tutti i soldi ce c’erano dentro e me li porse.
“Tenga” – disse –
Io lo guardavo. Era un bell’uomo, certamente ben oltre i settant’anni. Mi stava porgendo ad occhio e croce forse il doppio di quello che dovevo al mio padrone di casa.
Presi i soldi
“Perché me li dà?”
“Sennò tanto valeva che li tenesse lui” – disse. Poi, senza proferire parola si allontanò con andatura lenta. Si girò un secondo a guardarmi e per un attimo un sorriso gli spaccò in due il viso serio.
Sorrisi anche io ma non mi venne bene perché battevo i denti.
Appena fu sparito ripresi a correre. Girai troppo velocemente dietro l’angolo della chiesa, scivolai su una pozzanghera e caddi. Mi rimisi in piedi e ripresi a correre, qualcuno si girò a guardarmi, e vide un barbone blu dal freddo che correva indossando mocassini estivi scalcagnati, e bagnato per metà.
Corsi. E corsi. E corsi.
Alla fine arrivai al punto in cui aveva lasciato Enzo. Era ancora lì. Si era un po’ calmato e stava fumando una sigaretta, gli occhi rossi dal pianto, bassi a guardarsi le scarpe. Non sollevò lo sguardo quando mi trovai davanti a lui.
“Enzo” – lo chiamai –
Alzò gli occhi su di me senza alzare la testa
“Che vuoi?”
Tirai fuori i soldi dalla tasca e li divisi a metà. Gli allungai la sua parte.
“Tieni”
“Credevo glieli avresti restituiti”
“L’ho fatto, non li ha voluti”
“Non li ha voluti?” – era piuttosto incredulo -
“No, me li ha ridati”
“E perché me li dai, te li potevi tenere tu.” – adesso era proprio incredulo -
Lo guardai un secondo in faccia.
“Allora tanto valeva che se li tenesse lui”.
Mi voltai e me ne andai. I soldi adesso per l’affitto magari non bastavano più, ma erano qualcosa, un inizio.
Vidi con la coda dell’occhio Enzo gettare via la sigaretta, mettere le mani in tasca ed avviarsi in direzione opposta alla mia.
Forse era un’impressione, ma mi pareva che camminasse con minor sforzo.