VUTQ: quello che scrivo
Tuesday, January 18, 2005
  Odio scrivere Odio Scrivere

Io ce l’ho sempre avuto, il blocco della pagina bianca. Il terrore dell’incipit. La vertigine della prima parola, della prima frase, della prima pagina.
Per quanto mi sforzi, non riesco a ricostruire il momento nel quale io e la vita abbiamo deciso che avrei fatto il giornalista. Gli eventi li ho chiari in testa, non stiamo parlando di molto tempo fa, tutto sommato. Ma i motivi, quelli invece mi sfuggono del tutto. A sentirla raccontare non ci si crederebbe, ma d’altronde questo è esattamente quello che è successo: sono un giornalista che odia scrivere. E’ talmente radicata in me, questa paura della prima pagina, che inevitabilmente ne riempio una, che non mi piace. Però non la butto perché immediatamente mi attanaglia il panico, e temo di non riuscire comunque a scriverne un’altra migliore. Devo tenere tutto. Ma devo anche buttare tutto, perché quello che scrivo non mi piace mai. Rincorro il sollievo di avere scritto il punto che chiude il mio articolo, non con la gioia di certi colleghi che si alzano dal tavolo e dicono: proprio un bel pezzo, son contento.
No. Io sono solo felice di avere finito, e nel contempo sollevato dal fatto che, almeno per un po’, non dovrò affrontare nuovamente il maledetto foglio bianco. Pensavo che le cose sarebbero un po’ migliorate anni fa, quando buttai in cantina la macchina da scrivere per passare al computer. Invece la cosa è peggiorata di molto, perché pochi minuti dopo aver iniziato a lavorare con il mio primo programma di video scrittura mi sono reso conto che le pagine bianche contro le quali avrei dovuto combattere erano letteralmente infinite. In un pacco di carta ce ne sono cinquecento, almeno in Europa. Si tratta di una misura standard, cinquecento A4. Una volta, al colmo dell’ansia, ho dovuto aprire un pacco nuovo e contare i fogli uno per uno perché il Capo Redattore dell’epoca (quel bastardo) aveva capito il mio problema e mi aveva detto di non tornare fino a quando non avessi finito la risma intera. Non so se vi rendete conto del delirio, cinquecento pagine. Bè comunque niente in confronto a quello che può fare un PC. Puoi scrivere tutta l’Odissea e quello ti continua a vomitare una pagina vuota dopo l’altra, ad ogni riga che scrivi, premere il tasto di accapo non fa altro che spingere più avanti lo spazio disponibile. Un incubo. Alla fine, quasi tre anni fa, sono andato da uno psicologo. Un signore di una certa età con una capacità straordinaria di alzare il sopracciglio intendendo con questo dire: si spieghi meglio. Gli ho detto del problema. Ne abbiamo parlato. E devo dire che la terapia mi ha aiutato. Capite, non dovevo scrivere niente, dovevo solo raccontare. E a me raccontare piace. E’ scrivere, che odio.
Così alla fine devo dire ho cominciato a migliorare. Un giorno magico, me lo ricordo come fosse adesso, ho scritto due articoli uno dietro l’altra quasi senza rendermi conto di avere già iniziato. Voglio dire, quando mi sono ricordato del fatto che c’era da scrivere avevo già iniziato. Straordinario. Durata poco, eh?, intendiamoci. Però è stato molto importante per me scoprire che mi è possibile e quindi acquistare un po’ di stima in me stesso. Come potrete facilmente capire, se non per lavoro cerco di non scrivere mai niente, neanche la lista della spese o le note per la signora delle pulizie. Difatti mi dimentico moltissimo, ma comunque.
Via via che la terapia proseguiva, in effetti anche io andavo meglio. Leggevo i miei articoli e li confrontavo con altri precedenti alle mie visite dallo psicologo, ed in effetti li trovavo migliori, più stringati e precisi. Anche il lavoro al giornale stava migliorando, ad un certo punto, per una serie di motivi lunghi da spiegare, passai dalle recensioni dei locali aperti a ferragosto alla cronaca nera, quella vera con i morti e tutto. Avevo un po’ lo stomaco sotto sopra, specialmente le prime volte, però c’era molto meno da inventare, e quindi scrivere era un po’ meno angosciate. Credo che mi aiutasse anche il fatto che vedere tanto dolore mi portava a considerare il mio personale problema con la scrittura un po’ meno rilevante, tendevo a ridimensionare. E poi non scrivevo molto. Un articolo qui, un omicidio là. Dato che i pezzi erano sempre piuttosto forti non avevo bisogno di scriverne molti, e per di più c’erano periodi anche abbastanza lunghi in cui a Parma non succedeva molto, e quindi mi occupavo di altro. Ma poi, e avrei dovuto immaginarlo, è arrivata la mazzata. Mi sono innamorato di una donna, per la prima volta in vita mia. Come compagno faccio abbastanza schifo, ma a lei per motivi insondabili piacevo. Il problema è che aveva stima di me come giornalista, diceva che avrei dovuto fare lo scrittore. Io avevo cercato di spiegarle il mio problema, senza peraltro riuscire ad esprimerlo nei termini reali, per me drammatici. Lei diceva che tutto questo era dovuto alla solitudine, che adesso c’era lei, e che la mia era solamente una mancanza di autostima. Mi fece abbandonare la terapia.
Smettere di andare dallo psicologo era stata una brutta botta, ma anche se ogni tanto il beccheggio era forte, la barca sembrava riuscire in qualche modo a procedere. La mia compagna era molto contenta, ed anche molto misteriosa. Un giorno – un giorno maledetto – entrò in casa mia tutta trionfante. Disse: ce l’ho fatta. Io chiesi a fare che cosa, e lei disse semplicemente: a procurarti un contratto.
Io chiesi ancora a quale contratto lei si riferisse, e lei disse: quello per scrivere il tuo primo libro.
La guardai come se avesse due teste.
Dissi:spiegami. Mi spiegò che aveva un’amica che era l’amante di un editore famoso. Uno di quelli che affittano ghost writers per scrivere libri dozzinali, d’amore, gialli, qualsiasi genere un tanto al chilo.
Dovevo scriverne uno io, l’editore aveva ricevuto una copia di tutti i miei articoli di nera, e gli erano piaciuti. Era addirittura disponibile a pubblicare con il mio nome, un’occasione da non perdere, è la volta che finalmente tutto il mondo saprà quanto sei bravo, sono tanto innamorata di te.
La guardavo convinto che le teste fossero più di due, e tutte bacate. Poi guardai il contratto e davvero pensai che non potevo stare vedendo quello che era davanti ai miei occhi. Il contratto, il maledetto contratto era già firmato. Da me.
Dissi: ma è già firmato. Disse: non c’era tempo, ho falsificato la firma, non potevi perdere l’occasione.
Mi sedetti in preda alla vertigine. Lessi il contratto. Parlava di un romanzo. Un romanzo. Un romanzo. Un romanzo. Non riuscivo a smettere di pensare a quella parola, e a quante decine, centinaia di pagine bianche si devono dominare e ammansire per scrivere un romanzo. Quasi svenni. E il contratto era impegnativo, e con tanto di scadenze e specifiche tecniche. E penali in caso di inadempienza. Il compenso non era male, e questo era l’unico lato positivo che riuscii a trovare, nel tentativo di razionalizzare la disgrazia che mi era capitata. Di colpo mi trovai invischiato nel più grave evento di tutta la mia vita. E dovevo scrivere, a questo punto per forza, perché annullare il contratto sarebbe stato come denunciare la mia compagna, che si sarebbe trovata ad affrontare problemi seri.
Lì per lì litigai. Poi decisi che ci avrei provato. Che altra scelta avevo?
Fu il periodo più brutto della mia vita. Presi un mese di ferie dal giornale, che il mio Capo Redattore invece non prese per niente bene, e mi alzai tutte le mattine alle sette, per scrivere. Le prime due settimane non scrissi una sola riga. Non sto dicendo che buttassi via quello che scrivevo. Non scrivevo niente. Guardavo lo schermo del computer e quel bastardo di cursore in alto a sinistra, che sembrava battere i secondi della mia vita che trascorrevano senza che io potessi mettere giù neanche una parola. Con lei ero riuscito in qualche modo a gestirmi il fatto che il lavoro non procedesse. Le avevo detto che non la volevo intorno mentre scrivevo, ed anche che non volevo parlare del libro quando ci vedevamo, perché la cosa mi metteva in ansia. Che era vero. Tanto più per il fatto che ero costretto a dirle che stava procedendo. E invece era fermo alla prima parola della prima pagina, anzi prima. A volte, stando seduto davanti al bastardo, avevo un sussulto, come se un’idea stesse per arrivare o fosse appena passata, ma poi niente. Non riuscivo ad afferrare quello che l’idea mi voleva dire. Le dita non si muovevano, più morte che nella Noia di Sartre. Il venerdì della seconda settimana chiamai l’analista, facevo fatica anche a respirare, l’aria non andava giù ed avevo pensato seriamente di ammazzarmi pur di non tornare nel mio studio a guardare quella maledetta pagina vuota che non ne voleva sapere di riempirsi da sola. Mi disse: venga. Io ringraziai ed andai. Fu una buona mossa, mi convinse che ce la potevo fare.
Tornai a casa girando alla larga dallo studio, ma l’indomani mi alzai e ringraziando il cielo ad ogni parola, scrissi tre pagine. Tre! Non ci potevo credere. Chiamai l’analista per ringraziarlo ma era sabato e non c’era. Gli lasciai un messaggio sulla segreteria, praticamente in lacrime.
A volte meglio, a volte peggio qualcosa riuscivo a mettere giù. Lei mi chiedeva: come va. Io rispondevo invariabilmente: bene.
Dovetti ricominciare a lavorare al giornale e mi dispiacque molto perché vivevo nel terrore che la vena creativa si esaurisse. Mi spiavo continuamente per vedere come andassero le cose al giornale, ed in effetti sembrava che lo stato di grazia perdurasse, almeno abbastanza per scrivere qualche articolo.
Tornavo a casa la sera per scrivere, ed in almeno due occasioni mi sedetti al computer con ancora il cappotto addosso per vedere se riuscissi ancora a scrivere qualcosa anche quel giorno, ed in genere riuscivo. A volte no, ma mi sentivo un pochino più sicuro. Non tanto. Un pochino.
A intervalli regolari ero ancora imbestialito con la mia compagna, ma quando finii il quarto capitolo cominciò a fare capolino la sensazione deliziosa che forse ce l’avrei fatta, che sarei uscito da quell’incubo, che avrei scritto la maledetta parola fine in fondo a quell’orrendo cumulo di pagine che mi stavano togliendo la vita. A volte riuscivo solo a scrivere cinque o sei righe, ma era sempre meglio di niente.
Via via che la scadenza si avvicinava la pressione aumentava. L’editore cominciò a telefonare prima una volta alla settimana, poi due. Anche la mia donna chiamava, evidentemente lui le faceva pressione perché avevo detto che non avrei consegnato nulla prima che il libro fosse finito, facendo come i giocatori di poker incalliti che raddoppiano ogni volta la posta nella folle speranza di rifarsi di tutto in un sol colpo. Tutti e due chiedevano come andasse. A tutti e due dicevo: bene.
Sul tavolo dello studio avevo messo una serie di vaschette rosse, e per terra una scatola di cartone che aveva contenuto le risme di carta: cinque per ogni scatola, ce ne sono. Duemila e cinquecento pagine bianche. Nelle vaschette mettevo il risultato del lavoro, ogni volta che mi alzavo ristampavo l’intero libro, anche se avevo scritto solo dieci righe. Le vaschette erano sei, e solo dopo che l’ultima era stata riempita dall’ultima versione di libro, liberavo la prima per la stampa seguente. L’unica cosa che mi premeva era finire, ed avevo il terrore di perdere il lavoro già fatto. Facevo copie dei dati tutti i giorni e portavo una copia di tutto a casa di mia madre sulla strada per andare al lavoro. Ricordo che un giorno i ladri mi entrarono in macchina e gettarono a terra il manoscritto, che non era rilegato. Nel fregarmi l’autoradio avevano rovistato ovunque ed il libro era caduto a terra. Naturalmente ai ladri non gliene fregava nulla, del libro. Ma lo avevano calpestato e molte pagine erano state danneggiate. Fui colto dal terrore. Corsi a casa per sincerarmi che tutto fosse a posto, che le altre copie fossero salve ed il computer funzionante, colto dall’irragionevole sospetto che non si trattasse di un banalissimo furto di autoradio, ma di un tentativo di sabotaggio al mio libro, che mi stava costando la vita scrivere. Per fortuna tutto era a posto, c’era tutto, anche la versione che era stata calpestata, e quella prima, ed anche tutte le precedenti. Mi calmai un minimo. Un minimo.
Il resto della stesura procedette tra alti e bassi, attacchi di panico, a volte seguiti da attacchi di euforia che si susseguivano a volte nel giro di pochi minuti, e mi coglievano anche se non ero al computer. Mi sentivo come un ergastolano al quale avessero abbreviato la pena a vent’anni, ed a sei mesi dallo scadere del ventesimo anno. Stavo per uscirne, ce la potevo fare. Due mesi prima della data ultima di scadenza presi la decisione irrevocabile che alla consegna del libro avrei smesso qualsiasi tipo di attività legata allo scrivere. Volevo smettere di fare il giornalista, mi sarei guadagnato da vivere in qualche altro modo che ero certo di riuscire a trovare. Tutte le mie energie erano volte a finire, il mio piacere non proveniva dalla prospettiva che il libro venisse bene, bensì dal vedere che forse ce l’avrei fatta, e l’avrei finito. Mi vennero in mente alcune discussioni filosofiche che avevo studiato al Liceo, e conclusi senza ombra di dubbio che erano nel giusti i greci che pensavo al piacere come cessazione del dolore. Mi facevo coraggio ogni volta che dovevo affrontare una maledetta pagina bianca pensando che se l’avessi sconfitta avrei riavuto indietro il mio mondo, ma era un’hydra dalle troppe teste, e la certezza di finire non l’ebbi mai fino all’ultimo istante. Decisi anche che avrei lasciato la donna che mi aveva messo in questo casino, e che se il libro non fosse piaciuto all’editore gli avrei detto che non ero intenzionato neanche a rileggerlo, lo facessero mettere a posto da chi volevano. Non mi sentivo in nessun modo orgoglioso di quanto stessi facendo, era una battaglia terribile, uno stillicidio continuo. A volte vincevo qualche battaglia ma più spesso perdevo, e me ne rendevo conto. Nonostante questo, durante gli ultimi due mesi mi parve in qualche modo di aver superato il blocco. Stavo ancora molti minuti davanti al computer senza scrivere una riga, a volte ore, ma quando mi alzavo, a differenza del primo periodo, avevo sempre scritto qualcosa, poco o tanto che fosse.
E alla fine successe l’incredibile, l’impensabile: otto giorni prima della scadenza fissata finii il libro. Scrissi la parolina magica di quattro lettere senza quasi accorgermene: FINE. Salvai il lavoro e stampai il libro completo come se fosse normale, come se si trattasse banalmente della revisione di quel giorno. Invece era finito. Avevo finito di scrivere molto tardi ed andai a dormire un po’ frastornato. La realtà, l’enormità dell’evento mi cadde addosso come un macigno nel sonno: avevo finito. Avevo finito! Niente più dolori, ansie, deliri, e dolori, i dolori che mi dava quella maledetta pagina bianca lunga all’infinito!
Mi alzai che stava già albeggiando e stampai altre tre copie, mentre nelle vaschette della sera prima ce n’erano già altre due. Feci tutte le copie di dischetti. Preparai due di tutto per portare una copia da mia madre. Mi feci il caffè e mentre lo stavo sorseggiando mi alzai e stampai un copia ulteriore, non si sa mai.
Avevo finito! Non avrei mai più scritto una riga, il mondo era di nuovo il miglior posto in cui vivere.
La chiamai. Le dissi: l’ho finito. Lei mi disse: finito che cosa? Ma sono le quattro del mattino!. Dissi: lo so, ma l’ho finito.
Poi misi giù ed uscii.
Gli eventi che seguirono furono frastornanti, terribili. Consegnai alla casa editrice secondo quanto specificato dal contratto, mi dissero che era la prima volta nella storia della casa editrice (che esisteva da quasi duecento annni) che un autore consegnava in tempo un proprio scritto. Io sorridevo e facevo tutto quello che deve fare un scrittore, ma dentro di me non vedevo l’ora di potermi rifugiare a casa. Quello che è più incredibile è che tutti in quell’ambiente parlavano dello scrittore (o dell’autore, in qualche caso), con l’iniziale maiuscola, dicevano così: lo Scrittore, l’Autore. Come se fosse una bella cosa, come se non fosse la cosa più atroce del mondo da fare.
Insomma diedi tutto, firmai carte e controcarte e me ne andai.
Le telefonai e le disse: ti lascio. Volle sapere il perché ma mi resi conto che era inutile spiegarle, non avrebbe capito, e forse dalla sua prospettiva era impossibile farlo.
Ci misi due giorni per trovare le forze di essere nuovamente lucido. Il terzo andai al giornale e mi licenziai. Volevano sapere il perché ma valeva il discorso di prima.
Non avevo molti soldi ma li spesi per un viaggio di tre mesi, in cui mi divertii e non ebbi neppure per un secondo il dubbio di essermi sbagliato. Valutai anche l’ipotesi di rivedere l’analista che tanto mi aveva aiutato, con uno spirito un po’ da archeologo dell’intimo, per cercare di scoprire che cosa fosse successo in tutta la mia esistenza per portarmi ad odiare un’attività piacevole per molti ma ancora più a scegliere un lavoro che metteva me e lo scrivere a contatto quotidiano, come due ergastolani.
Naturalmente avrei avuto anche da risolvere molti problemi di altro genere, non ultimo quello economico, visto che a quel punto non avevo più lavoro. Devo dire però che vedevo tutto con occhi nuovi, come nei racconti dei pazienti usciti da anni di coma: mi parevo tutto bello e stimolante, anche l’idea di costruirmi una nuova professionalità a 40 anni.
Poi tornai. E ad attendermi all’aeroporto c’era lei, alla quale non ricordavo di aver detto quando sarei tornato. Mi disse: ciao, devo parlarti. Io dissi: come hai fatto a sapere del mio ritorno? Disse che si erano informati, proprio così, al plurale: ci siamo informati. Andammo a casa mia, io non aspettavo altro che lei se ne andasse e credo che lei lo sapesse. Era dispiaciuta e pensierosa, mentre guidava in silenzio. Però non mi pareva soffrisse particolarmente, anzi sembrava avere una specie di gioia nascosta, pareva ovvio che qualcosa di positivo comunque doveva esserle capitato, sembrava dire te l’avevo detto tutto il tempo.
Arrivammo a casa, lei aprì la porta mentre io portavo dentro le valigie e la mia abbronzatura da vacanza. Ci sedemmo in sala, uno di fronte all’altra. La casa puzzava di chiuso.
Disse: ti porto notizie dell’editore, una buona e una cattiva.
Dissi: dimmi.
Ma non era vera che erano una buona ed una cattiva. Erano tutte e due orrende. La prima era che il mio libro aveva avuto un enorme successo. Quarantamila copie erano andate esaurite in brevissimo tempo e l’editore stava facendo ristampare la seconda edizione che prevedeva di venderne almeno ancora altrettante: mi aspettavano interviste, incontri e seminari. Dovevo andare perfino alla radio ad un programma letterario che scopriva nuovi talenti. La seconda era relativa ad una clausola del contratto che lei disse di non aver notato. La clausola, scritta in corpo 6 in fondo alla al contratto diceva che il presente sanciva l’obbligo da parte mia a scrivere per la stessa casa editrice altri sei libri negli stessi termini del primo, nel caso in cui questo avesse avuto successo. Aveva chiesto agli avvocati, non c’era nulla da fare.
Mi guardò e disse: te l’avevo detto. Sorrideva.
Non avrei più dovuto cercarmi un nuovo lavoro, e neanche una nuova vita. Nello studio, il computer che avevo lasciato acceso mi faceva l’occhiolino con il cursore in altro a destra come a dire: sono pronto.

 
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