Elisir
Elisir
Ero ancora alla lavagna quando suonò la campanella che segnalava la fine dell’ora. Le lezioni di informatica applicata non sono esattamente la materia preferita dei miei studenti.
Conoscendo il mio pessimo carattere, non si mossero. Finii la formula che stavo scrivendo alla lavagna per concludere la spiegazione del perché un motorino passo-passo si trovi così di frequente dentro le macchine utensili a controllo numerico.
“Per le eccezioni, che sono sfortunatamente molte, dovrete aspettare martedì prossimo. Per favore preparate la lezione a pagina 172 del libro sennò poi non capite nulla di quanto spiegherò la prossima volta.”
Mi voltai verso gli studenti, e come al solito, avevano preso nota solo il tre, quindi gli altri 28 non avrebbero effettivamente capito un tubo la volta dopo. Normale. Avrebbe saputo dire chi anche prima di girarsi.
“E ora le parole magiche” – pensai –
“Signori, potete andare”
In una frazione di secondo la classe divenne una bolgia di ragazzini sui quindici anni che si precipitavano verso l’uscita. Divenne anche una bolgia di ragazzine sui quindici anni che si precipitavano verso l’uscita, ma visto che in classe ce n’erano solo tre, il fatto era meno rilevante. Mezz’ora di ricreazione e poi ancora un’ora di lezione anche per me.
Dopo gli urti inevitabili contro la porta per uscire per primi, un paio di litigi sedati in fretta e l’imbranato della classe che aveva impiegato tre minuti a raccogliere i pezzi del telefonino che gli era caduto per la settecentesima volta dall’inizio dell’anno, in aula tornò la calma.
Firmai il registro, presi i miei libri e mi avviai verso la sala professori. Mi sa che sono un po’ un insegnante atipico, specialmente per una scuola professionale. In genere porto un camice bianco a lezione, anche quando non ci sono i laboratori. Fa ordinato. Sotto porto rigorosamente le bretelle e un papillon in tinta. Sopra, un paio di baffoni da generale prussiano che mi sono valsi i più variati soprannomi da parte degli studenti, alcuni piuttosto crudeli, e certi anche divertenti.
La sala professori era in fondo al corridoio. Entrai e trovò due altri colleghi. L’insegnante di matematica stava sfogliando una rivista, l’insegnante di italiano stava correggendo dei compiti. All’Istituto Tecnico italiano non era esattamente la materia nella quale si teneva ad andare bene, ma lei continuava a comportarsi come se si trattasse di un liceo classico. Macellava i compiti con una penna rossa e distribuiva tali e tante insufficienze che ogni anno doveva correggere tutti i voti verso l’alto, altrimenti avrebbero dovuto bocciare sette studenti su dieci tutti gli anni. E dei tre superstiti due avrebbero probabilmente avuto i figli grandi prima di diplomarsi.
“Ciao” – dissi entrando –
“Ciao”
“Ciao Livolsi”. Mi chiamano così, per cognome. E anche se lo trovo orrendo anche io ho preso l’abitudine di chiamare per cognome. E’ più facile, chiamiamo così anche gli allievi, e perfino il preside. Delle volte mi chiamo per cognome anche da solo, ormai.
La porta della sala professori era aperta, e dal corridoio entrava il frastuono della ricreazione. Passarono due ragazzini che litigavano sempre, una ragazza ed un ragazzo di una classe più bassa, i vestiti che sembravano di dieci taglie più grandi. Litigavano sempre quei due, però dovevano volersi bene – riflettei – alla fine erano sempre insieme.
Mi sedetti ed aprii un libro di tecnologia che tentavo di iniziare da tre giorni.
Tenersi aggiornati è fondamentale.
Entrò nella stanza Cariati, il professore di Chimica. Aveva la faccia scura, come al solito, ed indossava anche lui un camice bianco. Era l’unica altra persona della scuola ad indossare il camice, neppure i tecnici di laboratorio lo portavano mai. Il suo era particolarmente stazzonato ma pulito. Entrò con fare sbrigativo, sembrava avere sempre fretta, ed essere sempre corrucciato per qualche motivo. Si sedette di fianco a me senza salutare nessuno.
“Livolsi, ho bisogno di parlarti”. Cariati ha un viso lungo lungo e capelli nerissimi e lisci nonostante l’età. In compenso ha una striscia di capelli bianchi proprio al centro, come se li avesse decolorati apposta, invece sono i suoi. E tra i due incisivi davanti ci puoi far passare una matita. Non vi dico i ragazzi cosa non ne avevano inventate sul suo conto.
Lo guardai.
“Dimmi”“No, non qui” il suo viso esprimeva preoccupazione, la solita espressione della serie “anche i muri hanno orecchie” e anche “CIA e FBI non mi avranno”, un’altra delle molte manie dell’emerito professor Cariati, perito chimico ed appassionato di esoterismo nel tempo libero. Che era molto, dato che non era sposato e non aveva un secondo lavoro come la maggior parte dei suoi colleghi, me incluso. Guardai l’orologio: non c’era tempo, le confidenze del collega erano sempre cosa lunga.
“Senti Cariati io adesso ho ancora un’ora, non ho tempo subito. Se vuoi mangiamo un panino insieme nella pausa pranzo”
Cariati mi fissò, poi scosse la testa come se gli avessero appena detto che aveva il cancro. Alzò le mani davanti al viso scuotendo la testa dai due lati, gli occhi socchiusi.
“D’accordo, d’accordo, ti vengo a prendere fra un’ora, io ho finito. In che classe sei?”
“Nella B”
“Va bene, allora ci vediamo dopo”
Livolsi chiuse la rivista, riprese le sue cose e si avviò verso la peggior lezione della mattina. La odiava, lui, la B. E non aveva mica torto.
Dopo un’ora passata a tentare di interrogare tre studenti che di computer conoscevano solo Lara Croft e il sito degli Articolo 31, diedi i compiti da fare e lasciai liberi gli studenti, che certamente sarebbero corsi a casa a giocare col computer, del tutto dimentichi di quello che serviva a farlo funzionare, e che io cercavo inutilmente di insegnargli.
Cariati mi stava aspettando fuori dalla porta. Oltre a decine di caratteristiche peculiari a lui solo, Cariati soffriva anche di depressione, e ho a lungo considerato uno dei miei errori più imperdonabili avergli prestato orecchio un pomeriggio di quattro anni prima, appena arrivato in quella scuola e desideroso di dimostrarmi affabile e disponibile. Il collega mi aveva immediatamente catalogato come il suo unico amico ed adesso di tanto in tanto mi toccava il fioretto di starlo ad ascoltare.
“Questa volta di cosa si tratterà? I Rosacroce ed il loro giuramento segreto di cui solo lui conosce l’esistenza nonché il vero significato esoterico? O era essoterico che si doveva dire? Ermete Trismegisto e le applicazioni alla Chimica?”
A volte mi sento un po’ in colpa di prendere mentalmente in giro Cariati, che in fondo è una cara persona con solo qualche pigna in testa più visibile rispetto ad altri.
Passammo al baretto sotto la scuola, che faceva panini e prendemmo un hot dog a testa. Il padrone del baretto da giovane aveva tentato di fare il prestigiatore. Non essendoci riuscito diventava quasi impossibile ordinare qualcosa senza che lui ti facesse uscire il resto da un orecchio o comparire un fazzoletto lungo duecento metri dal taschino.
“Di cosa mi volevi parlare?”
“Non te ne posso parlare in pubblico”
“Ma dài, non siamo in pubblico, siamo al baretto”
“Dai Livolsi non scherzare, questa volta mi sono imbattuto in qualcosa di serio, di veramente serio”
Diceva sempre così, qualcosa di serio. Di veramente serio.
“E allora come facciamo?”
“Finiamo e andiamo da me, se ti va”
Non mi andava, ma non avevo nulla di particolare da fare e poi io e Cariati abitavamo a tre isolati di distanza, un passaggio in macchina mi avrebbe fatto comodo.
Finimmo l’hot dog e come al solito mi sporcai i baffi con la schiuma della birra. Cariati me lo fecenotare mentre ci avvicinavamo alla cassa. Presi un tovagliolino di carta per pulirmi.
Alla cassa chiesero quanto dovessimo, conti rigorosamente separati. Il barista ce lo disse e fece finta di tirare una leva dal lato della cassa, che si trasformò in un mazzo di fiori. Già visto, ma sempre di grande effetto.
Prendemmo il resto ed uscimmo.
Per strada Cariati fu particolarmente silenzioso e questo non era normale. In genere faceva fatica a iniziare a parlare, con tutte le sue manie di segretezza, ma poi si faceva fatica a farlo tacere. Erano ancora a metà strada quando si decise a parlare per primo.
“Cariati, ma insomma di chi si tratta?”
“Ora ti spiego, ora ti spiego. Una scoperta. Una grande scoperto che ho fatto”
Arrivammo a casa sua.
Entrò e si dimentico di chiudere la porta, la chiusi io.
“Vuoi qualcosa da bere?”
“No, grazie”
“Un’altra birra magari?”
“No no, ti ringrazio, magari dopo”
Mi accomodai in sala mentre lui si spostava in un’altra stanza per poi tornare senza giacca. Il camice lo aveva lasciato, al solito, a scuola.
Tornò e si sedette di fianco a me.
“Non so da che parte cominciare. E non dirmi dall’inizio”
In effetti, la battuta m’era venuta.
“Livolsi, mi posso fidare di te?”
“Cariati, me lo chiedi tutte le volte. Lo devi decidere tu, se ti puoi fidare. In più non so neanche di che cosa tu mi voglia parlare, per cui sono l’unico che non ti può aiutare in questa decisione”“Hai ragione, hai ragione…” chiuse gli occhi per un istante come per soppesare la decisione, poi li aprì di colpo, pareva aver deciso. Al posto della bocca gli comparve un buco con i denti intorno, la sua personale versione di un sorriso.
“Ascolta, tu sai che io mi interesso di Esoterismo, te ne ho parlato diverse volte”
“Certo”
“E sai che mi interesso anche di storia della Chimica, sai mi piaceva fin da quando andavo all’Università”. Quando parla della sua materia la pronuncia proprio così, Chimica, con la “C” maiuscola.
“No, non lo sapevo, ma era facile da immaginare”
“Perché?”
“Mah, non so, è la tua materia di insegnamento…”
“E’ vero. Ma non divaghiamo. Questa è una giornata molto importante per me, e dovevo parlare con qualcuno. Sai, sei l’unico amico che ho”. Soppesai per un momento di partire con la menata della serie “ma-no-che-dici-ne-avrai-sicuramente-centinaia-di-amici-meravigliosi” ma poi rinunciai. Oltre a non essere probabilmente il caso magari altri amici non ne aveva per davvero.
Si alzò e spostò un grosso quadro sul fondo della parte, dietro c’era una cassaforte. Girò un paio di rotelle ed aprì. Dentro c’erano delle carte e diversi libri che sembravano antichi. Ne prese uno. Richiuse.
“Questo libro mi è capitato tra le mani qualche anno fa. Ma non sono stato abbastanza intelligente da pensare di leggerlo subito. Se penso che è sempre stato lì! Per anni, avevo in casa tutte le risposte e.. ma sto divagando”.
“Voglio farti vedere una cosa, aspetta un secondo”. Posò il libro sul tavolino basso che si trovava di fronte a noi ed uscì dalla stanza. Il libro non era molto grande, era rilegato di cuoio ed aveva un aspetto piuttosto antico e parecchio malconcio. La costa si stava staccando e le scritte della copertina, che dovevano essere state d’oro erano illeggibili. Aprii il libro, la prima pagina diceva
L'anno di grazia 1588 del regno d'Enrico III re di Francia e Polonia, il dodicesimo giorno del mese di maggio mentre tutto il popolo era in rivolta e pericolosamente armato all'interno della città di Parigi, in cui abitavo con la mia famiglia, colto da malinconia e oppresso dalla tristezza, andai a passeggiare nel bellissimo giardino del Signor de Nevers per passare un po' il tempo: e là, mentre ero intento a contemplare l'ingegnosa fontana artificiale, improvvisamente fui raggiunto da due filosofi, uno dei quali era inglese, uomo prudente, saggio ed erudito di sessantotto anni; l'altro era spagnolo, di spirito assai sottile, sognatore, malinconico e di poche parole, di cinquantadue anni: siccome una parola tira l'altra, iniziammo a parlare della stagione, del tempo, dei gravi incidenti che improvvisamente avevano investito Parigi e delle loro possibili conseguenze. Ma alla fine, a forza di camminare, ci ritrovammo presso la fontana e seduti uno accanto all'altro, quei due dottori iniziarono a discutere della grande medicina, Elisir o Pietra filosofale.
Cominciai a non sentirmi bene. La Pietra Filosofale. Non ci potevo credere, Cariati doveva essersi bevuto il cervello.
Il mio collega rientrò, prese il libro e mi disse di seguirlo.
Non aveva ancora aperto bocca ma mi sembrava improvvisamente di trovarmi dentro un racconto di Orson Welles. Tipo di Time Machine o qualcosa del genere. Il tipo di racconto che odio, per essere precisi.
Uscimmo di casa dal retro ed attraversammo il cortile per raggiungere la porta di un capannone. Cariati frugò sotto la camicia dalla quale emerse una catenella d’acciaio alla quale erano agganciate due chiavi di sicurezza, di quelle a quattro lame. Le usò tutte e due per aprire la porta, e mi accorsi che si trattava di una pesante porta blindata. Entrammo. Lui premette l’interruttore della luce perché nonostante fosse giorno dentro c’era buio pesto. Tirò la porta dietro di sé, ed i già pochi rumori della strada sparirono del tutto. Una doppia fila di luci al neon si accese con un lieve sfarfallio e ci trovammo dentro un laboratorio di chimica di cento metri per settanta, perfettamente attrezzato. Disposte ordinatamente sui tavoli c’erano attrezzature per centinaia di milioni. Macchine, ripiani d’acciao, storte, beute, becchi Bunsen, provette. Ma soprattutto macchine. Alcune di queste erano controllate da diversi computer connessi in rete, e non serviva un esperto per capire che lì dentro c’era veramente un patrimonio in attrezzature. Un grosso patrimonio.
Ero rimasto a bocca aperta.
“Il mio laboratorio” disse
“Ho visto. Non pensavo fossi ricco”
Mi guardò in modo strano, facendo un mezzo sorriso.
“Diciamo che lo sono diventato”
Mi appollaiai su di uno sgabello, e lui fece lo stesso.
Su un tavolo vicino al mio c’erano materiali di diverso genere, sembravano pezzi di statua dorati, riuscivo a distinguere un pezzo di cornicione, parti decorate che parevano provenire forse da una fontana, il pomolo di un letto. In terra c’era anche quella che mi pareva essere una grossa pedana da statue, di marmo.
“Livolsi tu sei il mio unico amico, ed io ho preso diverse decisioni importanti, di cui ho bisogno di parlarti”. Aprì il libro che aveva in mano all’ultima pagina e fece cadere fuori una busta chiusa
“Voglio che tu tenga questa” mi porse la busta
“Devi conservarla fino a dopodomani, dopo qualcuno verrà a chiedertela”
“Cariati, scusami ma io non ti sto capendo. Che c’è nella busta”
“Documenti”
“Documenti di che tipo, mi stai mettendo in qualche casino?” Adesso cominciavo a preoccuparmi.
“No, ora ti spiego tutto”
“Livolsi… ma senti tu come fai di nome?” – mi chiese -
“Alberto”
“Ma pensa, dopo tutto questo tempo neanche lo sapevo. Io Giacomo, a proposito. Alberto, ascoltami, io ho preso una decisione importante, sulla quale ti avverto di non tentare di dissuadermi perché tanto non cambio idea.” Mi guardò dritto negli occhi, e il disagio aumentava esponenzialmente
“Dimmi, dài che mi stai facendo paura”
“Alberto, io ho deciso di togliermi la vita”
“Cosa?!?! Ma sei scemo?”
“Aspetta. Ascoltami. Ascolta, ti dico!” - adesso ero veramente agitato – “Vedi, io ho sempre studiato. Tanto. Non ho fatto altro che studiare, e alla fine a cosa mi è servito? Faccio l’insegnante in una scuola di mezzi delinquenti che vedrai se prima o poi uno di quei teppisti non fa una strage come in quella scuola in Germania. Non me ne stupirei proprio. Ho anche tentato di sposarmi, ma non ha funzionato, è durata tre mesi, poi lei se ne è andata. E senza neanche avere un altro. Io mi sono messo a studiare ancora di più, alternavo la Storia della Chimica alla Chimica stessa e dopo un po’ mi è venuto un dubbio.”
“Che dubbio?”
“Mi è venuto il dubbio che qualcuno si sia dimenticato qualcosa, nel passaggio tra la superstizione e la scienza, tra Ermete Trismegisto e Descartés. Quando il mondo occidentale ha iniziato a seguire Cartesio una quantità enorme di conoscenze è stata gettata via prendendo il blocco delle conoscenze acquisite fino a quel momento e appiccicandogli sopra una bella etichetta grossa così con su scritto “superstizioni”. Spazzatura da gettare via. Ma non erano superstizioni. Lo sapevo, ne ero certo, ed ho lavorato tutta la vita per dimostrarlo. Finchè ho trovato questo” mi mostrò nuovamente il libro. Lo aprì verso l’inizio e lesse qualcosa, poi alzò gli occhi verso di me
“Questa scena si svolge in un laboratorio come questo, un po’ più di quattrocento anni fa”. Si mise a leggere.
“Pesatemi quattro once d'argento vivo e altrettante di stagno e mettetele in un crogiuolo sul fuoco”; quando furono fuse insieme vi gettò un pezzetto di cera che non era più grande d'un pisello e coprì il crogiolo di carbone, ci fece soffiare forte, poi lo gettò in terra e disse al mio maestro: “Fate esaminare questo composto da un affinatore e domani verrò ancora a cena da voi e mi direte cos'è”
“Sai di cosa stanno parlando?” non ci potevo credere. Non ci potevo proprio credere. Sospirai.
“Sì, ho sbirciato prima il libro. E’ la Pietra Filosofale, vero?”
“Sì, l’Elisir, la Pietra Filosofale. Io l’ho riscoperta, Giacomo. Adesso esiste per davvero. Avevo ragione, ho sempre avuto ragione. Cosa hai in tasca?”
“Come?”
“Che oggetti hai in tasca?” un po’ preso alla sprovvista lì per lì non avevo capito. Misi le mani in tasca. Avevo un curapipe che usavo quelle rare volte che fumavo la pipa, le chiavi di casa, qualche moneta.
“Dammi le chiavi”
“No no, è l’unica copia che ho, tieni” - gli porsi il curapipe - “ti do questo”. Lo prese. Poi andò sul lato opposto del laboratorio e mise il mio curapipe su un piattino che infilò in un contenitore più grande. Ripose il tutto dentro una macchina che non conoscevo, al di sopra della quale confluivano parecchi cavi ed anche diversi tubi. Non avrei saputo dire se i tubi servissero per convogliare liquidi o gas all’interno della camera, oppure ad estrarli. Sistemò alcune manopole, poi premette un pulsante. Tornò a sedersi accanto a me. Io non riuscivo a capacitarmi della situazione nella quale mi ero venuto a trovare.
“L’hai messo nel microonde?” tentai di scherzare, ma un po’ mi tremava la voce
“In un certo senso” – rispose.
Buco, denti. Sorrideva.
“Stavamo dicendo?”
“Dell’Elisir”
“Ah sì. Bè dell’Elisir ti ho detto tutto. L’ho scoperto, esiste. Ma non è questa la cosa più importante. Quello che conta è che io non ne posso più di vivere. Adesso sono ricchissimo, sai? Devo stare attento ad introdurre non troppo oro per volta sul mercato, ma è stupefacente la quantità di gente che è disposta a comprarne di nascosto. Lo vendo leggermente a meno, capisci? Comunque tutto questo ora non conta più, perché per tutto questo tempo ho pensato che diventando ricco avrei risolto tutto. E invece adesso sono ricchissimo e non ho risolto niente. Ho smesso di vendere l’oro, ormai avevo più soldi di quanti me ne servissero. Ho continuato ad insegnare per non dare nell’occhio e poi per capire se mi potevo fidare di te”
“Per anni e anni hai aspettato di capire se ti potevi fidare di me?!?”
“Sì. Volevo essere sicuro. Dovevo, essere sicuro. Ed il motivo è che vivere mi pesa, e non voglio continuare così. Però a qualcuno dovevo dirlo, che Giacomo Cariati ha scoperto la Pietra Filosofale. Perché io l’ho fatto Alberto, mi capisci, io l’ho fatto per davvero”. Si udì un flebile “ping!” provenire dal fondo del laboratorio. Cariati prese da un cassetto una pinza isolata ed un paio di salvamani protettivi. Aprì lo sportello della macchina tenendosi lontano. Uscì una nuvola di vapori chimici dalla quale tenne la testa lontana, l’odore pungente dei reagenti raggiunse anche me nonostante fossi lontano. Prese da dentro la macchina il mio curapipe e lo mise in un abbattitore. In pochi secondi poteva prendere l’oggetto a mani nude. Lo prese e mi raggiunse.
“Tieni” mi disse porgendomi il mio curapipe. Solo che non era più il curapipe di prima. Adesso era d’oro massiccio.
Guardavo l’oggetto che tenevo in mano come se non l’avessi mai visto prima. Pensai dapprima ad un trucco, ma l’oggetto era certamente il mio. Alcune imperfezioni su una lama che mi avevano quasi indotto a restituirlo appena comprato erano inequivocabilmente lì. Era il mio. Però era d’oro.
“Mi sembri già più convinto” – commentò con una punta di sarcasmo Cariati. Ora sulla faccia c’erano sequenze di denti e di buchi. Sorrideva molto.
Lo guardai, il mio cervello non sembrava riuscire a connettere tra di loro i già pochi neuroni rimasti.
“Senti, ma perché ti vuoi ammazzare? Puoi avere tutto quello che vuoi, fama, denaro, tutto. La puoi cambiare, questa vita che non ti piace, perché non lo fai?”
“Perché sono stanco, non ne ho più voglia. Non so cosa farmene, mi capisci? Ho studiato tutta la vita per trovarla e adesso non so neanche cosa farmene! Non pensare che sia semplice, comunque. Se diventasse di dominio pubblico nel giro di un mese l’oro varrebbe meno del ferro. Ed in più il procedimento funziona utilizzando praticamente qualsiasi materiale, compreso il materiale organico, ma con solo oro come prodotto finale. L’oro verrebbe deprezzato, arriverebbe al prezzo del rame o magari meno e sarebbe finita lì”
“Alberto, io ti chiedo questo. Nella busta ci sono due documenti, uno è un documento per te, l’altro è il mio testamento autografo. Ti ho nominato erede di tutto, diventerai miliardario. In Euro. Ti prego però di non cercare di intralciarmi nel mio progetto, ho già deciso di farlo, quindi fammi contento se mi vuoi un po’ di bene, e aiutami”
Stetti in silenzio. Non sapevo cosa dire, e soprattutto il mio cervello stava freneticamente cercando una spiegazione razionale a quello che stavo sentendo e vedendo. Avevo ancora il curapipe in mano e proprio non riuscivo a crederci. Non riuscivo a credere che Cariati si volesse uccidere. Non riuscivo a credere di essere lì. Figurarsi se riuscivo a credere all’esistenza della Pietra Filosofale.
“Ma come ho fatto a passare dai giochi di prestigio del baretto a… a… a… questo in meno di due ore?” – dissi ad alta voce –
Cariati rise, e dopo un attimo mi misi a ridere anche io. Lui mi infilò nella tasca interna della giacca la busta, poi mi invitò a seguirlo.
“Vieni, andiamo a bere qualcosa”
Tornammo in casa dopo che Cariati aveva di nuovo chiuso con le chiavi appese al collo la pesante porta blindata. Prima di uscire aveva spento le luci. Che ti frega di spegnere le luci se sei ricchissimo e in più hai deciso di ammazzarti? Abitudine, immagino.
Mi sedetti sul divano, mentre lui riponeva il libro nella cassaforte.
“Dove l’hai preso?”
“Cosa?”
“Il libro”
“Ah, l’ho rubato dal Fondo Francese della Biblioteca Nazionale. E’ il manoscritto n. 19957, se ti interessa”
Non mi interessava ma avevo bisogno di parlare di qualcos’altro.
“Cosa ti do da bere?”
“Qualcosa di forte, per favore”
“Whisky?”
“Doppio” – dissi
“Ghiaccio?”
“No. Liscio” .
Mi misi a posto il papillon. Aiuta sempre, mettersi a posto il papillon.
Lo sentii ridere dalla cucina. Rientrò con due bicchieri di cristallo in mano che contenevano due dosi generosi di whisky single malt.
Era buono e forte. Al secondo sorso stavo meglio.
“Mi aiuterai?”
“Ad ammazzarti? No. A ragionarci sopra sì”
Mi guardò per un secondo. Poi fece di nuovo quella sua espressione tipica: e va bene, d’accordo.
“Senti io non me ne intendo ma forse vedere un psicologo ti può aiutare…”
“Alberto, non ne vale la pena. Sono anche molto malato, ho una forma rara di leucemia, mi sono rimasti pochi mesi di vita. Non tentare di convincermi, ti prego, è una decisione presa. Se ci credessi di più potrei permettermi i migliori medici del mondo, ma non ne ho voglia, è una storia finita, la mia. ”
“Senti, ti faccio una proposta”
“Dimmi”
“Tu adesso sospendi per due giorni questo tuo proposito. Io cerco un… come si chiamava? Ah sì, un affinatore e faccio verificare il curapipe. Poi ne riparliamo. Dammi due giorni di tempo, poi se non ti riesco a convincere non cercherò di impedirtelo”
Ci pensò su.
“D’accordo” – disse – “accetto la tua proposta. Perché vedi io ho bisogno che mi sopravviva la prova che io l’ho veramente scoperta. Ho la sensazione precisa che l’Elisir non verrà scoperto mai più nella storia dell’umanità se perdiamo questa occasione. Ti avverto che se accetti dovrai promettermi di divulgare al mondo la mia scoperta. Mi rendo conto da solo che io non sarò lì a controllarti ma ti credo una persona onesta e credo che se me lo prometterai poi manterrai. Non ho altra speranza che te per informare il mondo della mia scoperta, ed il mio tempo sta per finire. Tu sei l’unica che avrà le prove della scoperta della Pietra Filosofale, e dovrai divulgarle”
“Ma crollerà il prezzo dell’oro”
“E chi se ne frega?” – chiese -
In effetti, chi se ne frega.
“Senti, scusami ma un po’ il whisky, un po’ le notizie mi sento un filo sottosopra. Ci vediamo domani a scuola allora?”
“D’accordo, ci vediamo domani”
Lo salutai ed uscii da casa sua. Ero frastornato e spaventato all’idea che volesse togliersi la vita, non sapevo come impedirglielo. Aveva dei motivi dannatamente buoni, dovevo riconoscere. Inoltre non sapevo come verificare se lui fosse effettivamente malato o meno. Forse lo credeva solo e non era vero. Magari quelle piccole manie che gli conoscevo da sempre non erano poi così piccole. Cristo, avrei dato qualsiasi cosa per trovare un appiglio ragionevole, per dirmi che era solo un matto. Ma avevo il curapipe ancora stretto in mano, e mi resi conto che nei confronti di quello, un oggetto solido, tangibile, non potevo fare nulla. Mi resi anche conto che io a quello strano uomo ero affezionato, e che la sua morte mi avrebbe addolorato molto.
Tornai a casa e cercai di fare passare in qualche modo la giornata. La notte fu lunga, continuavo a pensare. Mi addormentai praticamente quando era ormai ora di alzarsi. E quindi scendere dal letto fu dura. Mi feci una doccia ed andai a scuola.
La prima ora dovevo ricevere alcuni genitori, quindi passò alla svelta, poi iniziarono le lezioni e fino all’una non vidi altro che studenti.
Uscito dall’aula andai in sala professori, incontrando alcuni colleghi tra cui una graziosa insegnante di Educazione Fisica, tale Lugani.
“Ciao”
“Ciao Liv” – mi chiama così, Liv -
“Senti, non hai visto Cariati per caso?”
“No, credo abbia preso una giornata di libertà. Però ieri c’era. Scusa devo andare, ho lezione”
“Sì ieri l’ho visto anche io, in effetti. Grazie. Ciao, eh?”
“Ciao”
La guardai allontanarsi. Non me ne aveva parlato. Aveva detto che ci saremmo visti a scuola.
Passai in segreteria a chiedere il suo numero di telefono che non avevo e provai a chiamarlo, ma partiva la segreteria telefonica. Decisi di non lasciare messaggi.
Tornato a casa ero preoccupato. Resistetti un paio d’ore poi quando non rispose di nuovo al telefono decisi di andare. Per strada cercavo di non pensare al peggio, ma ero preoccupato.
“Mi ha detto che avrebbe aspettato due giorni” – continuavo a ripetermi – “perché avrebbe dovuto mentirmi?”
Bussai alla porta cercando con lo sguardo la porta sul retro.
“Magari è in giardino, o nel laboratorio e non sente”
Volevo premere il campanello quando vidi una busta di carta appesa subito sotto il pulsante. C’era scritto “per Alberto” in rosso, sottolineato a pennarello.
Mi vennero i capelli dritti in testa. Avevo una paura fottuta.
Aprii con mani tremanti la busta, facevo fatica a non farmela sfuggire di mano. Lo stomaco mi si era stretto al punto da sembrare di avere preso un cazzotto nella pancia.
Dentro c’era una catenella d’acciaio con due chiavi di sicurezza, le chiavi del laboratorio.
C’era anche un altro mazzo di chiavi, e un foglietto scritto a mano.
Alberto
mi dispiace, ti ho mentito. Aveva paura che poi me ne mancasse il coraggio e davvero ho creduto fino a quando non sei uscito, poche ore fa, che ci volesse un’altra persona per dare una prova dell’esistenza dell’Elisir dopo la mia morte. Ma è bastato rifletterci con mente più serena per capire che non è in realtà necessario. Fra poco credo sarai convinto anche tu che nessuno potrà mai dubitare della mia scoperta. Tutto il resto era vero, ora sei un uomo molto ricco, ricordati del testamento.
Addio, e grazie per la tua amicizia.
Giacomo
Freneticamente cercai di aprire la porta di casa con l’altro mazzo di chiavi. Si aprì. Mi precipitai in sala chiamandolo per nome, ma la casa era vuota. Corsi in sala dove urtai il tavolino sul quale c’erano ancora i nostri due bicchieri, che caddero a terra rompendosi. Anche il libro antico era posato a fianco ed anche quello cadde, sporcandosi di whisky.
Uscii in cortile ed aprii la pesante porta cercando a tentoni l’interruttore. La luce comparve subito dopo un lieve sfarfallio. L’avevo trovato. Giacomo Cariati era lì, i suoi vestiti in terra, completamente nudo. Il sorriso mostrava gli incisivi distanti tra di loro che ci potevi mettere una matita. I capelli avevano una striscia più chiara nel mezzo. Sembrava più imponente di come lo ricordassi. Ed era certamente, indubitabilmente morto. Ed aveva altrettanto certamente ragione nella lettera, nessuno avrebbe dubitato della sua scoperta dato che in mezzo alla stanza illuminata dai neon, sfavillava Giacomo Cariati, emerito chimico e genio, trasformato da un’ultima strepitosa applicazione di Elisir in una statua a grandezza naturale di puro, finissimo oro massiccio.