VUTQ: quello che scrivo
Wednesday, January 19, 2005
  Domino Domino

A pensarci, che sia capitato proprio a me, vien voglia di piangere.
Voglio dire, per lavoro ho scorrazzato turisti in giro per mezzo pianeta e tutte le volte, specialmente in Europa, c’è sempre stato qualcuno che si lamentava per il mio troppo insistere sulla sorveglianza dei bagagli.
- L’attenzione non è mai troppa – dicevo, e anche – ricordatevi che un ladro non può avere la faccia da ladro, sennò morirebbe di fame! – dicevo. Ammetto anche di non avere risparmiato qualche occhiata di compatimento verso gli inevitabili malcapitati.
A più di uno avversato dalla statistica in qualche caso avevo anche lanciato qualche malcelato sguardo di ve lo avevo detto.
Poi arrivo a Milano, dico a Milano, la città dove sono nata e vissuta per quarant’anni, e mi faccio fregare la borsa. Non so come abbiano fatto (l’attenzione non è mai troppa!) in giro non avevo visto nessuna faccia poco raccomandabile (i ladri non possono avere la faccia da ladri), fatto sta…
Borsa sparita. E me ne accorgo dopo aver mangiato, di venerdì sera.
Nella borsa di una donna c’è tutta una vita, in quella di una guida di più. Dall’ecatombe si salva solo un libro, tirato fuori dalla borsa per mostrarlo agli amici con cui ne parlavo. Si intitola "Il coraggio", di Osho, e dopo essermi accorta del furto continuo a toccarlo per essere certa che almeno quello non se ne voli via, e stupendomi ogni volta che gli manchi intorno il resto della borsa, e degli oggetti che conteneva. Rifaccio l’inventario a mente, oggetti e conseguenze: le chiavi della porta blindata, possono entrare in casa. La carta di identità, sanno dove abito. Il telefonino, il maledetto numero di telefono a memoria non me lo ricordo ma ripensandoci non mi pare grave, tanto mio figlio è a Roma per una gara di equitazione.
L’elenco delle cose da fare per il gruppo che deve partire martedì, copia unica perché sono rientrata troppo tardi per farne una fotocopia, con i relativi indirizzi, numeri di telefono e date di partenza e permanenza, così i ladri possono pianificare bene date e orari dei furti. Gli amici con cui ho cenato tentano inutilmente di arginare la crisi di nervi che era partita già quando pensavo alla carta di identità. Siamo in quattro ma nessuno degli altri tre è in grado di dirmi una ragione per la quale dovrei calmarmi. Stringo più forte "Il coraggio". Mi sa che stasera me lo finisco.
Poi, un barlume di speranza! La patente! La patente, almeno quella è salva, stamattina mi hanno chiamato che l’ho dimenticata in albergo in Turchia. Posso farmela spedire, almeno quella è salva.
Confabulo con i miei tre compagni sotto casa, si tratta di decidere che cosa fare. Idea, chiamiamo il fabbro quello delle emergenze e facciamo sostituire subito la serratura! Entusiasmo generale!
- Il numero dove lo troviamo? – dice Paola –
- Lo chiediamo al servizio informazioni – dice Paolo (è un caso, si chiamano uguale e si sono sposati, i figli non si chiamano Paolo). Leonardo, l’ultimo della banda, continua a rimettersi a posto gli occhiali e a bofonchiare:
- Se capita a me sono morto. Dio mio che sfortuna, che sfortuna! – bell’aiuto. Lo elimino mentalmente dalla lista degli amici. Paolo ce la fa, parla con il fabbro
- Ah, capisco. Aspetti che chiedo – copre il microfono con la mano e mi chiede – è blindata la porta? –
Gli rispondo che non solo è blindata, ha i rinforzi doppi e le placche di acciaio all’interno dei muri.
Lui ripete – Ah. Sì certo, ho capito… no, non ci avevamo pensato…domani in giornata oppure domenica!?…no, no, certo… ah, prima il sopralluogo in modo da…ho capito. Va bene, grazie per il momento, la richiamo al più presto. Sì sì, buona notte buonanotte…-
Mette giù.
- E’ un casino, mi sa –
- Perché? – chiedo io senza capire – viene, cambia la serratura e basta, no? –
- Eh, purtroppo no. Dice che devono spaccare tutto per forzarla, gli serve il muratore che deve sentire faranno tanto di quel baccano da rendere impossibile farlo di notte –
- Ah.
- Eh.
Seconda folgorazione, la signora delle pulizie! Ha le chiavi e so il numero a memoria. Passami il telefono. Numero. Telefonino staccato La lista delle epurazioni si allunga. Passa un vicino che apre il portone, ci precipitiamo dentro, Leonardo per ultimo, meno male che fa il critico cinematografico e non lo psicologo, ammazzerebbe più pazienti che l’influenza spagnola ad inizio secolo. Saliamo le scale, arriviamo davanti alla porta di casa mia. E’ molto chiusa. E’ molto solida.
Leonardo dice
– suoniamo ? –
Lo guardiamo tutti e tre truci.
- Bè i ladri potrebbero essere dentro.
- E quindi secondo te ci aprirebbero? – chiedo io che già preferirei avere una katana giapponese invece che "il coraggio". Ammutolisce scuotendo la testa.
- Vabbè dài, vieni a dormire da noi – dice Paola –
- Ma sì mica possono correre il rischio di venire a rubare ora che sono certi che ti sei accorta del furto!
- Non posso allontanarmi, voglio sorvegliare la mia casa! – quasi sto urlando.
- E come pensi di fare?
- Dormo sul ballatoio!
- Dormi sul ballatoio?!?! – coro dei tre –
Scoppia la discussione ma sono irremovibile, io di qui non mi muovo, dovranno passare sul mio corpo. Leonardo sta per fare la battuta, poi mi guarda in faccia ed evita. E’ fortunato che ho in mano "Il coraggio" di Osho e non il mitra del signor Kalashinikov.
Paola esce a va a casa a prendermi un cuscino e una coperta. Prima di andarsene sconsolati, mi lasciano il loro cellulare e 50 euro, perché mi sono accorta che ho in tasca le chiavi di casa di mia madre, che è via per le ferie.
- Alla brutta prendi un taxi e vai a dormire da lei – dice Paolo, Paola annuisce, la battuta di Leonardo per fortuna non vede la luce.
Irremovibile, non mollo casa mia, qui sul ballatoio starò benissimo. Paolo mi fa vedere dove ha memorizzato il numero del fabbro. Guardo l’orologio, sono ormai le due e mezza del mattino.
Paolo e Paola fanno a turno per cercare di convincermi ad andare da loro, Leonardo salta il suo turno per conservare la vita. Alle tre siamo tutti sfiniti, cedono e vanno a casa.
Nell’ordine, ho con me: il coraggio di Osho, chiave della mamma, coperta, cuscino, 50 euro per il taxi. Debole ottimismo, forse ce la faccio. Rimasta finalmente sola mi sforzo di considerare il ballatoio come una camera da letto un po’ originale, è tutta una questione di punti di vista.
Provo a sistemarmi, forse lo zerbino può fare da cuscino.
Provo: niente da fare, punge.
E poi puzza, anche.
Riprovo a chiamare Imelda, la donna delle pulizie, anche se sono quasi le tre del mattino. Non mi stupisco molto che non si sia alzata tra le due e le tre ad accendere il telefonino. Tanto lunedì la licenzio.
Forse il primo scalino può fungere da cuscino. Niente, troppo alto e poi dalla tromba dell’ascensore viene uno spiffero di freddo porco. Se uso la coperta come cuscino va meglio, però ho freddo.
-Merda! – esclamo rivolta alla tromba delle scale. Potrei svegliare un vicino, ma poi per chiedergli cosa? Di dormire da lui? Allora tanto vale andare dalla mamma. Eppoi il mio orgoglio di guida non me lo consente, quanto meno farò la guardia alla mia casa!
Sonno ne avrei, ma son troppo scomoda, sdraiata in terra. Almeno si sono portati via Leonardo il bastardo. Potrei leggere. Accendo la luce delle scale e attacco a leggere Il coraggio, però la luce si spegne ogni trenta secondi, troppo complicato. Metto il libro a fare da cuscino.. Riprovo Imelda. Spento. Mi cade l’occhio sull’indicatore della carica.: la batteria ha dieci tacche al massimo dell’energia, ma ora ne indica solo una!
Merda, merda, merda, merdaaaaaa! – aiutare, aiuta.
Sul telefonino c’è il numero del fabbro, e anche quello di casa di Paolo e Paola. Se mi si spegne sono fregata, me li devo scrivere da qualche parte. Non ho una penna, non li posso copiare. Se finisco la batteria non potrò chiamare il fabbro! E neanche Paolo e Paola domani! Sto partendo col merda-merda quando mi ricordo che a casa di mia madre c’è sicuramente il loro numero di casa. L’orologio dice che sono le tre e un pò. Che faccio? Lo spengo.
In un’altra tasca ho delle monete, non me ne ricordavo, guardo anche in tutte le altre comprese quelle della camicetta ormai stazzonata che ho addosso, ma la ricognizione frutta solo un pacchetto già iniziato di chewing-gum ed un biglietto usato del metrò.
Fermo il prossimo merda-merda che mi sta salendo spontaneo e decido di cedere, chiamare un taxi ed andare da mia madre. Anche se è lontana con i 50 euro ce la faccio, almeno dormo al caldo.
Ormai con la mentalità della clandestina decido di portare anche il lenzuolo e la coperta, se butta male dormo su una panchina. Scendo le scale dicendomi orgogliosamente che so esattamente dove si trovino tutti e quattro i parcheggi dei taxi dei dintorni.
Esco dal portone con l’Osho, la coperta e tutti gli altri miei tesori. Sono tosta.
Sparo un merda-merda a volume altissimo rendendomi conto che mi sono appena chiusa alle spalle il portone di cui non ho la chiave. Con più coraggio di Osho mi avvio a passi decisi verso il più vicino parcheggio dei taxi.
Ho ancora qualche freccia al mio arco – mi dico. Poi dico anche merda-merda.
Il primo parcheggio dei taxi è vuoto, manco un taxi. Machts nichts, vado al secondo, un paio di isolati più in là.
Vuoto.
Vado al terzo.
Merda-merda.
Il quarto non ospita taxi e neanche più il posto per metterceli, tutti hanno parcheggiato sulle strisce gialle in doppia ed anche in terza fila. Ma non importa! Ho mille risorse, io! Anche un palestinese della Striscia di Gaza sa che i taxi si possono chiamare col 53.53! E qui vi frego!
Vài, cerchiamo il telefono pubblico. Dove cazzo stanno le cabine? Non ci sono più le cabine telefoniche, a Milano?
Finalmente ne trovo quattro, le vedo in lontananza.
- Con la fortuna che ho saranno tutte guaste – dico ormai a voce alta, mentre mi sfugge il cuscino che finisce dritto dentro una pozzanghera.
Lo prendo com’è e continuo verso i telefoni. Per strada mi accorgo che stringendolo sotto il braccio ho strizzato fuori acqua e fango, che mi bagnano la camicetta, il coraggio e la coperta.
- Fa niente – dico – ora tanto trovo il taxi. E non è che quattro telefoni possano essere tutti guasti contemporaneamente"
Difatti è vero, funzionano tutti.
A scheda.
- Merda, merda, merda, e merda! – computo coscienziosamente – va bene! Ci vado a piedi! ‘fanculo, ci vado a piedi! – dico –
Poi dico anche
- Dalla Fiera a Piazzale Loreto?
- Dalla Fiera a Piazzale Loreto! Non saranno più di dieci chilometri!
- Coi tacchi a spillo?
- Coi tacchi a spillo, fanculo!
Parto, sono tosta, sono una guida, io.
Il coraggio, la coperta ed il cuscino mi pesano. Osho lo posso anche segare, ma la coperta ed il cuscino a Paola glieli devo ridare.. Osho finisce nel cestino. Proseguo, determinata.
Quando parte il primo tacco mi viene un attacco di merda-merda e butto cuscino e coperta in un cassonetto
- Glieli ricompro domani, fanculo
Effettivamente sto un po’ urlando, alle cinque del mattino.
Difatti si ferma una volante.
Prima mi guardano e passano, poi fanno inversione e scendono.
Mi chiedono se ci sono problemi.
Quasi rido. Gli spiego.
- Ha fatto denuncia per la borsa? – mi chiede uno dei due –
- Di notte? – mi guarda –
- E’ suo quel telefonino?
- No, gliel’ho spiegato, è di Paola
Quello guarda il collega sogghignando, poi dice:
- la chiamiamo insieme, questa Paola? – sto per incazzarmi ma sono troppo stanca. Ormai la serata gliel’ho rovinata, a Paola, tanto vale…
Accendo il telefonino.
Quello mi chiede il PIN.
Dopo un’ora e passa di discussione e dieci merda-merda li convinco, mi portano a casa di mia madre, apro, entro e loro dietro.
Alla fine si convincono e mi lasciano lì.
Sono le sette.
Dormire ormai non se ne parla, butto via le scarpe, mi spoglio e mi faccio la doccia. Mi cambio usando i vestiti di mia madre, meno male che abbiamo la stessa taglia. Trovo il numero di Paola, lo faccio ma non mi risponde nessuno.
Chiamo un taxi al 53.53 e stavolta ci riesco.
Vestita da ottantenne esco e mi faccio portare a casa mia.
Tre isolati prima iniziamo a sentire le sirene.
Quando arrivo lì ci sono i Carabinieri, i Vigili del Fuoco, la Polizia e due troupe televisive.
Un tizio impomatato con un microfono in mano sta dicendo:
- … e non se ne hanno più tracce da stanotte. Il telefonino ricevuto in prestito dall’amica Paola risulta spento, la nostra concittadina è stata probabilmente rapita se non uccisa e gli inquirenti non intendono escludere per il momento alcuna pista.
Svengo tra le braccia di Paolo e Paola che non essendo riusciti più né a telefonarmi né a trovarmi sul ballatoio avevano chiamato tutti a parte Ciampi.
Alla fine, chiariamo. Il fabbro nel frattempo aveva spaccato tutto insieme ai Vigili del Fuoco, duemilaseicento euro di conto, più un tot di danni.
Dal ballatoio si vede dentro casa anche se c’è una porta blindata, ai due lati solo i longheroni d’acciaio sono rimasti in piedi, nel muro due enormi buchi laterali. Prendo dei sedativi e vado a dormire immemore di tutto.
Domenica notte quando rientra mio figlio da Roma gli piglia un colpo solo a vedere le condizioni della porta. Per di più le sue chiavi ora non aprono la porta di casa. Il campanello non c’è più, e quindi lui grida per chiamarmi, ma sono a letto sedata e non lo sento.
Spaventatissimo chiama la Polizia, che torna e dice:
- Ancora voi? – a lui piglia un attacco d’asma per lo stress di quello che si sente dire.
Lo portano di corsa in ospedale dove gli danno il Ventolin e i poliziotti cercano di rispiegargli. Lui continua a non capire come mai le sue chiavi non gli consentono più di entrare in casa. E’ uno ordinato, ha bisogno di capire una cosa per volta.
Nel frattempo io mi sveglio e mi accorgo che non è rientrato. Gli telefono ma ha il cellulare spento, mi viene una crisi d’asma (è ereditaria), merda-merda, il mio Ventolin, era nella borsa, chiamo l’ambulanza, arrivano in due e mi fanno
- Ancora voi?
Io nel frattempo mi ero messa a testa in giù perché senza Ventolin funziona solo lo Yoga, e così mi portano in ospedale piuttosto agitata dopo aver ribaltata in posizione deambulatoria.
Non è neanche lo stesso ospedale di mio figlio che nel frattempo viene sedato per calmarlo.
La settimana dopo, calmata la buridda, riesco a tornare a casa, e anche lui.
Nella cassetta delle lettere c’è un avviso di iscrizione al registro degli indagati a nome mio per procurato allarme e disturbo della quiete pubblica. Che vita.
Nota dell’Autore
A parte qualche infiorettatura ed esagerazione, tutto questo è realmente accaduto alla mia amica Patrizia, a settembre di quest’anno, a Milano. E poi si dice che i giornalisti esagerano…



Scritto a Stromboli, Settembre 2004

 
Comments: Post a Comment

<< Home

ARCHIVES
January 2005 / February 2005 / March 2005 / April 2005 /


Powered by Blogger