VUTQ: quello che scrivo
Monday, January 17, 2005
  Apparenze Apparenze

E lo guardavo, lo guardavo morire, con il cuore stretto come il pugno di un bambino, davanti ai miei occhi, moriva. Qualcuno da qualche parte aveva staccato la spina, il fluido vitale, la vita stessa sfuggiva dalle sue membra, quasi visibile, quasi da poter toccare per restituirlo ma poi, poi… una vita che fugge non si può riportare indietro. No, non si può. Non si può.
Io seduto lì, con davanti a me la mia creatura, la creatura che più amavo al mondo, per la quale avrei dato non solo la vita, no, anche il mio più profondo dolore, anche la mia stessa anima, stava morendo. Morendo. Stava lentamente morendo. Il simbolo della morte, l’immobilità avanzava trionfante e mano a mano che la vita, sempre più tiepida, e debole si ritirava, il freddo avanzava, lasciando dietro di sé lo sterminio, il vuoto, la morte.
Pregavo Dio, me ne ricordo, io che non ho mai creduto in nulla, pregavo tutto ciò che mi veniva in mente di pregare perché dovevo affrontare la più atroce delle sfide, la vita della mia creatura, la sua vita in cambio di tutto, ma senza avere nulla do offrire in cambio perché nulla che possedessi valeva quanto lei valeva. La mia creatura che stava lì, davanti a me, e che si affievoliva in un modo che solo io potevo vedere. La mia creatura, la mia creatura…stava morendo. Davanti a me. Davanti a me, moriva. Morire può richiedere tanto, perché ci si aggrappa alla vita, perché resta tanto da fare, perché… ed io pregavo, e pregavo, non so neanche di preciso chi e gli dicevo "mi arrendo, chiunque tu sia, mi arrendo. Salvalo, ti prego salvalo, non esistano altri dei in terra, non mi importa che tu sia demonio o dio o morte o qualsiasi altra cosa. Salvalo. Non ho ira, guardami, guardami! Non mi importa più nulla di nulla di tutto quanto la luce del sole potrà mai illuminare, non mi importa. no. Se lo vuoi desidererò ancora solo perché tu possa portarmi via tutto. Se ti può compiacere crederò in falsi dei che potrai uccidere, in piacere che mi toglieranno la vita ad ogni gioia, in poeti, santi, religioni, maestri, crederò a tutto questo, così potrai togliermelo. Ma salvalo, ti prego, è la mia creatura, l’ho fatto io, è il sangue del mio sangue, l’anima al posto della mia. Salvalo. Salvalo.
Ti porterò mille anime, dio o demonio, basta che tu chieda, ti porterò l’impossibile, la bontà in fondo al cuore dell’aguzzino, la luna del pozzo, il mondo intero, l’Universo che vuoi! Ma salvalo, salvalo, te ne prego. Te ne prego. Salvalo.
La mano del Destino è scesa su questa terra ed ha preso me, e non mi ha preso per le viscere o per il collo, no! Mi ha preso per la mia creatura. Per il mio figlio adorato, per il mio amore a cui tutto devo, e senza il quale non so neppure chi io sia, perché viva, perché soffra.
Essere, dio, demone, salvalo, te lo chiedo come un servitore e come un essere abbietto, sarò pianta ed animale, sarò mostro patetico ed ombra, sabbia e deserto, nuvola e cielo. Salvalo.
Ti prego.
Salva il mio libro.
 
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