VUTQ: quello che scrivo
Friday, April 22, 2005
  Kay Scarpetta Adesso non è che voglia entrare nel merito dei soliti Dan Brown etc etc... ma, dico, avete letto l'ultimo thriller di Patricia Cornwell? No? Bè compratevelo, quella donna è un genio. No, dico, ma chi se non una grande scrittrice può chiamare un personaggio Edgar Allan Pogue e farla franca? Forse Barricco, Ammaniti o la Signora Ciampi direi... se vi piacciono i gialli, 400 pagine di classe! 
Tuesday, April 19, 2005
  Come non condividere? Ricevo - e volentieri pubblico - un commento secondo me intelligente di un amico... che insiste a dire di non saper scrivere.... Grazie Ago! :O)


BASTIAN CONTRARIO


di Fr93

Il Papa è morto evviva il Papa?

Milioni di fedeli in piazza San Pietro per le esequie di Giovanni Paolo II, speciali televisivi, descrizione accurata dei rituali vaticani sui giornali come se fossero istruzioni per compilare il 730....
E allora perchè in Europa negli ultimi decenni la confessione Cattolica ha perso milioni di fedeli (secondo le statistiche del Vaticano ) ?
Non stridono quelle immagini con i freddi numeri delle vocazioni in crisi irreversibile?
A chi o cosa rendevano omaggio quelle persone (e tutte le altre che non erano lì ma lo fanno in altri ambiti)?
Al Cattolicesimo?
Se si come mai tante persone usano il preservativo, hanno rapporti omosessuali, hanno abortito o più semplicemente si masturbano o hanno rapporti prematrimoniali?
Alla figura papale di Giovanni Paolo II ?
Se si come mai molte persone interpellate personalmente non hanno che una vaga idea delle azioni del lungo pontificato di Woytila, si limitano a ricordare i viaggi e aver sconfitto il comunismo (sic! )
All'uomo Karol Woytila ?
Probabilmente se nn ci fosse stata la pronta fiction di Canale 5 la sua vita prima del pontificato non credo sia nota a milioni di persone.
O forse a una gigantesca prova di Grande Fratello su scala Mondial- Spirituale , una prima clamorosa e barocca inquadratura della telecamera nel nostro più profondo angolo dell'anima?
Comunque, giusto oggi 19 Aprile 2005 e.v. HABEMUS PAPAM, l'eminente Cardinale Ratzinger.
Quanti di voi si ricorderanno tra qualche anno che secondo quest'uomo le donne non hanno un'anima vera e propria come gli uomini?

 
Monday, April 18, 2005
  Improvvisatore Un improvvisatore? Ma banale, uno che, appunto, improvvisa. C'è in tutte le arti, l'improvvisatore, ed è una persona di talento, che ormai ha oltrepassato il vincolo tecnico. Uno che sa di musica - e particolarmente jazzista - un pittore, un rapper. Non ha bisogno di niente, schiacci un comando e va. Il fatto è, che nessun altro è capace. Un improvvisatore non solo sa improvvisare, sarebbe troppo facile, no. Un improvvisatore lo fa sembrare facile. Lavora, perché sembri facile, e lascia a te, mosca ignara, la libertà di volare fintanto che non cadi nella sua tela. Generalmente primo o poi ci provi anche tu. Solo che tu non sei un improvvisatore. E difatti mica ci riesci. Vittima di una illusione ottica, di un miraggio. Un pò come quelle mine che si usavano qualche guerra mondiale fa. Erano più o meno sferiche e me le immagino nere, come nei fumetti. Potevano galleggiare ma solo pochi millimetri sotto il livello dell’acqua, spuntoni che partivano in tutte le direzioni con in cima come una pallina, come le corna di una giraffa. Le mollavano lì, nel mezzo del mare, si direbbe nel mezzo di niente. Ma alla fine, alla fine prima o poi una nave passava di lì. Le mine non facevano nulla, non si potrebbe neanche dire che cercassero di attirare qualcuno, oh no. Però le navi di lì prima o poi ci passavano, non importa se si trattasse del centro esatto del Pacifico o tre metri al largo di un isolotto senza nome nell’Atlantico, o magari dell’isola Fernandea. Le navi prima o poi ci passavano, o i sottomarini, oppure ci ammaravano gli idrovolanti.

Di tutti quelli che ci passavano ce n’era sempre una che urtava una delle mine e poi era tutto un rincorrersi di lamiere lacerate e di acqua che si precipita dentro una falla, di voci di uomini incrinate dal terrore dell’acqua fonda.

L’improvvisatore scaglia la sua arte come un giavellotto, ma sempre verso l’alto, dove cada non importa, tanto cade. La sua improvvisazione attira come un profumo di donna quando lei ormai è sparita dietro l’angolo, l’ultima nota che si spegne di una melodia che ti stronca con la malinconia di un qualcosa che non tornerà. L’improvvisatore. Uno come me.

 
  Note per Improvvisatore Improvvisatore non è un racconto, è un gioco di piattini cinesi in cima ad una serie di bastoncini altri tre metri che potrebbe continuare all'infinito. Non è neanche un esercizio di stile.
E' un'improvvisazione...
Non è che ci voglia sempre un motivo per qualsiasi cosa, no? 
Thursday, March 17, 2005
  Ricevo e volentieri pubblico
Non è che questo spazio sia necessariamente - ed egoisticamente - tutto mio, anzi. Ricevo e volentieri pubblico una deliziosa favola scritta da Vera... che parla di Vera.
I commenti sono i benvenuti...e grazie anche a Chiaretta!
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Il pianeta della fantasia perduta

C´era una volta una bambina di nome Vera da tutti meglio conosciuta come lapiccolavera: era una bambina molto graziosa, non molto alta e con i capelli raccolti in due buffi codini. La cosa che più di tutte le piaceva era disegnare! Ogni occasione per lei era buona per prendere una matita in mano e dare libero sfogo alla fantasia; quando non c´era nè foglio nè matita approfittava di qualsiasi cosa: un bastoncino per disegnare per terra o con il dito sulla sabbia persino con la racchetta sulla neve e haimè con i gessetti sulle pareti di casa...per la felicità della mamma! Ogni superficie libera sotto le sue mani si animava di buffi animali e di strani personaggi.

Anche lei come le altre bambine aveva un diario dei segreti dove annotava tutto quello che le succedeva, tutte la emozioni che provava... ma non con le parole: con le immagini e i disegni!
Ogni giorno lapiccolavera si guardava un pò intorno e inventava storie nuove con i personaggi che popolavano la sua fantasia. Passava ore e ore a sognare ad occhi aperti a visitare mondi fantastici per poi riportarli nei suoi disegni... però, un giorno accadde qualcosa di strano...: la piccolavera non aveva più cose da disegnare! Si sforzava di immaginare nuove storie ma niente... sembrava che la sua fantasia fosse finita, scappata!!!!
Era disperata, non sapeva più che fare...ma, ad un tratto si ricordò che una volta aveva sentito parlare di un tizio di nome Franco, si diceva fosse un cantastorie.. eh si proprio così!
Francoilcantastorie andava in giro di paese in paese con la sua fidata chitarra e si fermava in tutti i posti dove c´erano dei bambini pronti ad ascoltarlo e per loro raccontava le storie più belle: raccontava di mondi lontani, di paesaggi magici, di vecchie, di streghe, di gnomi, di trolls, di folletti, di campanelli d´argento, di bambine dai capelli d´oro e anche di bambini dispettosi che ridevano facendo HIHIHIHI (perchè questa è la risata di chi fa i dispetti)! Insomma le sue erano davvero storie magnifiche!
Lapiccolavera sapeva che francoilcantastorie sarebbe passato proprio dalla sua città cosi si mise ad aspettarlo con impazienza nella piazza più grande, forse lui, che sapeva storie così belle, sapeva anche come fare per ritrovare la sua fantasia.
E finalmente francoilcantastorie arrivò, lapiccolavera gli corse incontro e tutto d´un fiato cominciò a raccontagli quello che le era capitato.
- "non disperare piccina, ho io la soluzione per te" - le disse francoilcantastorie - "devi recarti sul pianeta della fantasia perduta, è lì che è scappata la tua fantasia!"
- "Il pianeta della fantasia perduta? E dove si trova?"
Chiese con impazienza lapiccolavera
- "Si trova molto ma molto in alto... tra le stelle!"
- "Ma come faccio ad arrivare fin lassù?"
- "Volando"
- "Ma non so volare...non ho mica le ali"
- "E allora disegnale!"
E così dicendo francoilcantastorie porse a lapiccolavera una bacchetta, sembrava proprio una bacchetta magica... e lo era davvero! Lapiccolavera disegnò nell´aria con la bacchetta un paio di ali e subito queste presero vita davanti ai suoi occhi e andarono a posarsi proprio sulla sua schiena!
- "WOW!" Posso volare!!!!"
Lapiccolavera entusiasta delle sue nuove ali si voltò verso francoilcantastorie e disse:
- "Vieni anche tu!"
Ma, non gli diede neppure il tempo di rispondere di si, che già stava disegnando un altro bellissimo paio di ali, un pò più grandi delle sue, che si andarono a posizionare sulla schiena di francoilcantastorie.
E così i due amici iniziarono a volare nel cielo, sempre più in alto, sempre più in alto... prima tra le nuvole e poi tra le stelle... su su, fino ad arrivare al pianeta della fantasia perduta!
Mamma mia! ...Che confusione c´era su quel pianeta: montagne di scatole tutte ammucchiate una sull´altra e in ogni scatola c´era la fantasia di qualcuno, ma erano sopratutto gli adulti ad averla persa!
Lapiccolavera e francoilcantastorie non si lasciarono scoraggiare e iniziarono la loro ricerca...
- "Eccola Franco, guarda l´ho trovata è laggiù!"
Si trattava di una piccola scatola tutta colorata con una stellina d´argento disegnata e su cui era scritto proprio il suo nome: lapiccolavera! Ma, mentre lapiccolavera stava per afferrrare la scatola, si udì una voce gridare:
- "Lasciala non puoi prenderla ora è mia, mi appartiene!"
- "E tu chi sei?"
Chiese lapiccolavera.
- "Sono il guardiano della fantasia perduta"
- "La prego signor guardiano mi permetta di riprendere la mia fantasia non posso stare senza"
- "Se la rivuoi devi pagarmi con una moneta"
- "Ce l´ho, ce l´ho eccola!"
E così lapiccolavera potè riavere la sua fantasia, non potete immaginare la sua felicità: iniziò a saltellare dalla gioia!.....
- "Hei aspetta un momento Franco, non sarebbe bello liberare tutta la fantasia nascosta in queste scatole?"
- "Certo sarebbe proprio bello ma come facciamo? Non abbiamo abbastanza monete per tutte queste scatole!"
- "E allora come possiamo fare? ...Certo: userò la mia fantasia!"
Così dicendo lapiccolavera aprì la scatola e la sua fantasia fu dinuovo libera e subito le venne una bellissima idea: iniziò a disegnare con la bacchetta magica di francoilcantastorie un salvadanaio gigante pieno zeppo di monte. Con tutte quelle monete ora si che potevano pagare il guardiano della fantasia perduta, aprire tutte le scatole e ridare la fantasia a chi non l´aveva più.
Le scatole erano veramente tante e tutte diverse tra loro: ce ne erano di grandi, di piccole, di tonde e di quadrate, ce ne erano a strisce, a quadretti e a pois, ce ne erano di coloratissime e altre tutte bianche e nere... insomma un´infinità! Dopo un bel pò di tempo finalmete tutte le scatole furono aperte così lapiccolavera e franco ilcantastorie poterono tornare a casa felici di aver ridato la fantasia a chi non l´aveva più.
Arrivati sulla terra decisero di scrivere una favola su questa loro avventura per far capire a tutti che la fantasia non va perduta o dimenticata. Così lapiccolavera preparò con i suoi disegni un bellissimo cartellone per francoilcantastorie che continuò a girare di paese in paese per le piazze raccontando a tutti, bambini e adulti, questa fantastica avventura a ritmo di musica!
 
Thursday, February 24, 2005
  Tra il lucido e l'opaco
Tra il lucido e l’opaco
scorre la notte,
notte in cui dormi
ed io, sono lontano


Da te, e dal riposo
Piove
Il cielo fa rumore
come se le nuvole
si fossero riempite
di palle da biliardo

Scendono suoni rotondi
a branchi
ogni tanto incocciano
un vento
e lo portano con sé in basso

Tra il lucido e l’opaco
passa la notte,
notte in cui dormi
ed io non ti compaio neppure in sogno

Corro
ma perdo terreno
E sul terreno piove
Ed io sono lontano ormai
Sempre più lontano da te
E dal riposo


 
  Poesia Tra i tanti modi di scrivere la poesia è quello meno capito. Luoghi comuni a quintali ci parlano di una specie di zuccheroso romanticismo da quattro soldi, di delicatezze effemminate. Non riesco a capire come non ci si renda conto del fatto che la poesia è violenta, ti spacca con la forza di un pugno, perché parla della forza delle cose nude, senza altro che sentimento. Chi ha talento per scrivere poesie, per chi non ne scrive è una persona fortunata, che ha del talento. Io credo che si tratti di un Demone, e bene lo sanno coloro i quali si sono trovati nell'atroce condizione di non poter scrivere, perché una poesia ti brucia dentro finché non la metti giù, e non ha alternative in questa vita. Impedite ad uno scrittore o ad un poeta di scrivere e lo ucciderete, perché questa è la natura dell'Arte, che vive o attraverso di te, o nonostante te. Ducunt fata volentem, nolentem trahunt. Non ne ho quasi mai pubblicate, poesie, ma ne ho sempre scritte. Provo oggi, non so con quali fortune. 
Friday, February 11, 2005
  Thomas Mann - una citazione -
Trovo da sempre che scrivere sia un'azione miracolosa, che ha del magico. Le parole che abbiamo in testa ci sono proprio persone che le sanno usare meglio di noi. Le nostre. Non serve nessuna particolare abilità tecnica nel mettere in fila una frase, quello è il bello. Impari a scrivere e subito dopo lo puoi fare anche tu. Però ci sono persone che hanno il talento di farlo in modo che colpisce, che tocca corde che ci appartengono ma che non sappiamo attivare da soli. Tralascio tutta la disanima estetica, filosofica, stilistica...
In una intervista a Stephen King che ho letto tempo fa il giornalista chiedeva quale fosse il modo di riconoscere uno scrittore. Lui disse "uno che scrive anche se non lo paghi". Certo questo non giustifica la differenza tra chi lo fa bene e chi invece imbratta carta, però come risposta mi è piaciuta perché lascia una possibilità a tutti. Ovviamente, come per tutte le forme artistiche, scrivere è fondamentalmente una questione di controllo. Inutile stare a spendere righe su questo concetto, preferisco fare un esempio. Quello che segue è un piccolo brano, tratto dal racconto di un grande scrittore, Thomas Mann. Il racconto si intitola Cane e padrone (Herr und hund) ed è lungo quasi cento pagine. Parla del suo cane. Quasi cento pagine per parlare di un bracco tedesco a pelo raso, neanche puro. E incanta leggerlo. Dentro Mann ci mette un'arte ed una finezza che ti fanno sentire... bene. Ho voluto regalarvi questa piccola citazione in quanto Mann non è molto letto in Italia ma perdersi certe cose è proprio un delitto, ditemi che ne pensate.

"Fa bene camminare così di buon mattino, coi sensi ringiovaniti e l’anima purificata dal bagno salutare della notte, dalla lunga sorsata d’acqua del Lete. Ti affacci con fede rinvigorita alla giornata che ti aspetta, ma beatamente ti attardi nel cominciarla, signore di un lasso di tempo straordinario, libero, non gravato da nulla, posto tra il sogno e la vita, premio concesso alla tua buona condotta. Ti esalta l’illusione di un’esistenza semplice, salda, senza divagazioni, contemplativa e concentrata, l’illusione di appartenere a te stesso; l’uomo infatti è incline a ritenere che il suo stato momentaneo, sereno o torbido, pacifico o passionale, sia quello vero, caratteristico e duraturo della sua vita, e soprattutto a elevare con la fantasia ogni felice ex tempore a una bella regola e ad una sicura consuetudine, mentre invece è in realtà condannato ad essere un eterno improvvisatore, a vivere moralmente alla giornata. Così come ora tu credi alla tua virtù e alla tua libertà, mentre respiri l’aria mattutina, e invece dovresti sapere, e in fondo sai benissimo, che il mondo ha pronte le sue reti per impigliarti e che probabilmente non più tardi di domattina rimarrai di nuovo a letto sino alle nove, perché sarai tornato a casa, eccitato, annebbiato e appassionatamente esilarato, alle due di notte… Non importa. Oggi sei l’uomo dell’alba e della sobrietà […]"

(Thomas Mann, Cane e padrone)
 
Tuesday, January 25, 2005
  Restyling per VUTQ:quello che scrivo!
Restyling (apparentemente) massiccio di questo Blog. Ho ceduto alle insistenti richieste di chi diceva di avere difficoltà a leggere con lo sfondo nero (in effetti...) e quindi ho scartabellato un po' finchè ho trovato questo altri Style Sheet che mi pare si presti di più.
Fra l'altro offre molto più spazio, alcuni racconti stanno su una sola pagina senza dover scorrere verso il basso e sono decisamente più facili da usare. Sul lato negativo mi pare di capire che questo nuovo form non prevede l'indice dei post pubblicati sul lato, che era comodo per saltare molto in avanti rispetto a dove si è... in cauda venenum... ma non si può avere tutto, no?

 
  Un bar
(Dedicato a Camilla nel giorno del suo 41° compleanno)
In un bar della periferia ci si trovano delle storie che delle volte sono così belle da lasciare senza fiato, solo che a cercarle non ci va nessuno, o almeno non più di quanto si vada in campagna a cercare poeti, ed è da dire che questo è strano, perché la poesia è nella terra, ma ci scoccia.
"I bar sono spesso come le canzoni di De Andrè", dice il barista sotto casa mia, "solo che i clienti, anche se non sono gigli, sono molto spesso dei figli di puttana che ti levano la pelle di dosso se aumenti i prezzi del caffè". Punti di vista.
Il bar di cui vorrei parlare io è di quelli che ancora resistono, ma trattandosi di Milano non si fa fatica a capire che non reggerà ancora molto. Servono due soli tipi di vino, bianco e rosso, e cattivi tutti e due. Però è il tipo di bar dove puoi essere pensionato, e non avere altro posto dove andare, e allora andare lì, e sederti, e prendere solo un caffè e dopo startene due ore senza dire o fare nulla senza che nessuno se la prenda o ti mandi via. In genere, sono l’unico cliente in giacca e cravatta ad entrare, e fanno fatica a capire che cosa io voglia, sembro una mosca nel latte. Sembrerebbero aspettarsi che io vada a casa a cambiarmi prima di entrare. Certamente non posso andare lì per scrivere, penserebbero che sia della Finanza, o qualcosa del genere. Non è il genere di posto nel quale si rifletta sul fatto che i libri qualcuno li debba pur scrivere. Non è poi concepibile del tutto che si possa pensare di andare lì, per scriverli. E difatti non ci vado. Bevo in piedi. Ci vado per vedere la Matta, che a volte sta a fissarti da quando entri a quando sei già uscito, e qualche volta improvvisa un passo di danza su una musica che sente solo lei. Ci vado a capire com’è il mondo che non capisco, quello delle persone vere perché io ormai vedo solo personaggi, e quello che potrebbero fare messi dentro un libro. C’era un altro bar dove andavo in passato, e neanche lì scrivevo perché nei bar non si scrive. Poi però correvo a casa appena avevo la testa piena di parole e non ce ne stavano più, e a volte perdevo dei pezzi per strada, vacca eva, perché nel bar non si scriverà, e va bene, però si deve bere, e quello lì era un bar molto più yuppie di questo di adesso, e oltre a bere roba forte se ti fermi di bere ti saltano addosso in quattro, o ti portano il conto anche se non l’hai chiesto, che è lo stesso.
Comunque il bar di adesso ha appena cambiato gestione. Ci sono dentro una famiglia ed alcuni praticanti che a intervalli regolari se ne vanno, un po’ perché sono in nero, un po’ perché prima o poi chiedono un aumento, e loro l’aumento non te lo danno. Per cui, anche il servizio fa schifo, perché dentro lì non c’è uno che sia barista, tutti più o meno imbucati, dal bisogno o dalla necessità (tanto lo so che è uguale). Parecchi clandestini, qualche volta belle ragazze, che gli avventori cercano invariabilmente di portarsi a letto e non sono mica tanto sicuro che di tanto in tanto qualcuno non ce la faccia. E’ il tipo di bar che anche quando è pulito (e lo è raramente), sembra sempre sporco perché i colori dentro sono quelli degli Anni 70, ed Anni 70 economici. Marrone, grigio. Vende anche le sigarette, e quindi dentro ci si fuma, per cui va aggiunto anche il giallo della nicotina. Ci sono quattro che giocano a carte, tutti i giorni, o almeno tutti i giorni in cui ci vado io, giorni che però sono rari nel mese, e mai con un minimo di abitudine o regolarità. Ci capito. Per cui, dato che non mi sembrano telepati o agenti della DIGOS in borghese, secondo me stanno proprio lì tutto il giorno e tutti i giorni. Mica sono solo pensionati, anche se si tratta della maggioranza. Anche qualcuno sulla cinquantina, quel tipo di uomo con magari solo un anello, ma troppo grosso, che non si sa come si guadagni da vivere, ma che comunque lascia giù un sacco di soldi nelle macchinette mangia-soldi, che dico io come si fa ad essere tanto scemi da giocare con una macchinetta che si chiami " mangia-soldi" !? Si chiamassero almeno "regalo quattrini", forse si protrebbe capire… invece te lo dice anche, che ti fotte la pensione, non hai neanche la soddisfazione di poterti lamentare, dopo.
La moglie del titolare è una donna sgradevole, deprivata del sorriso, al massimo fa una smorfia. Non capisce niente e non fa niente per capire nulla. E dato che comunque qualcosa ai figli bisogna insegnare, la figlia è bella uguale e sa tutto quello che sa la madre, e cioè niente.
Il titolare una volta mi ha detto che "anche lui" (ma rispetto a chi?) quando era giovane piaceva alle donne, e che con i suoi amici di gioventù ci andava spesso, a donne, e di quella volta che una puttana lo ha lasciato giù dalla macchina, e di quella volta che lui ne ha lasciata giù una ed è scappato senza pagare. E me le racconta con la moglie alla cassa che o non sente o non vuole sentire. Secondo me, mi racconta queste cose perché pensa che le faccia anch’io, solo che le nostre discussioni non partono neanche perché io non ho esperienze di questo tipo e quindi non so che dire. Mi sarebbe quasi piaciuto provare ad inventare. Dopotutto faccio lo scrittore, e se non sono bravo ad inventare storie io…
Solo che quando le dico mica mi vengono bene. Anzi, a volte non mi vengono bene neanche quando le scrivo, deve essere per quello che nessuno mi pubblica mai niente. Sono inadeguato alle linee editoriali correnti. Mica i miei romanzi. Proprio io.
Ieri sono stato al bar, e mi hanno guardato in modo un po’ diverso dal solito. Deve essere perché in me è cambiato qualcosa. Anche da fuori, perché l’ultima inadeguatezza editoriale mi è costata la cravatta, nel senso che ieri mattina quando mi sono alzato ho considerato che se tanto nessuno viene a farti la foto per la quarta di copertina, dove secondo me è importante avere la cravatta, allora tanto vale togliersela. Nel frattempo anche i soldi sono quasi finiti, insieme all’ultimo lavoro temporaneo difficile da trovare. Ho bisogno di tempo per scrivere, ma insomma, in questo periodo mi vengono solo in mente idee che passano dalla bella idea all’inadeguatezza nel tempo di due invii prioritari di posta.
Così insomma ieri sono tornato. Ho chiesto se per caso il prezzo del rosso fosse aumentato, e mi hanno detto di no, e questo mi ha fatto piacere. In fondo poi questi qui non sono così male, neanche la Matta. Al tavolo della scopa c’era un posto libero. Mi sono avvicinato e ho posato il mio bicchiere sul tavolino della scopa rendendo simmetrica la disposizione degli altri tre. Tempo di sedere e m’han detto che a fare le carte, toccava a me.
 
  Note per Un bar "Un bar" è un racconto dedicato a Camilla, la mia amica Mimilla che è così importante per me che non lo posso scrivere qui, ma lei lo sa. E io anche. Si tratta di un racconto che ho ambientato - come frequentemente avviene - in un posto che esiste, che è un bar di Milano vicinissimo a casa mia. Vuole essere un pò un'allegoria della vita, e di come ci si sente certe volte che si pensa che forse ce ne sarebbe piaciuta un'altra, o forse no. Parla anche dello scrivere, e di quanto possa essere difficile non avere nessuno che legga. Un po' autobiografico? Ai posteri...
 
  Bisnonne e cinema [...] La mamma della nonna, invece, all’arrivo a Genova aveva avuto i suoi bei problemi. In effetti, venire così tanto a nord parlando solo il dialetto di Pontelagoscuro, provincia di Ferrara, e senza sapere né leggere né scrivere, non doveva essere una situazione né semplice né piacevole.
Dopo la guerra una delle grandi novità era rappresentata dal Cinema. A Sestri Ponente, dove abitavano bisnonni e nonni, avevano aperto una sala che proiettava film anche la mattina. La bisnonna si chiamava Celenia, qualcuno mi dica se sia possibile un nome più romantico. Di lei non mi è rimasto nulla, né foto né ricordi personale perché morì ben prima della mia nascita. Però mi è rimasta questa storia. Sembra che l’intera mia famiglia perda ereditariamente la memoria, Celenia era così, la figlia era così, ed io mi sento allo stesso modo, dimentico. Probabilmente il trasferimento nella nuova città era stato un grave colpo per Celenia e per i suoi ricordi vacillanti. Nulla di quanto conosceva era più dove sarebbe dovuto essere, e quando usciva per strada e parlava con le persone gli si rivolgeva in dialetto. Un dialetto che, sfortunatamente, non solo non era lo stesso del luogo in cui si trovava, ma che era anche del tutto inutile a comprendere la parlata locale con il quale le persone alle quali chiedeva le indicazione per la strada di casa si rivolgevano a lei.
Non ricordava e non parlava la lingua, e quindi qualcuno le aveva appuntato su tutti i vestiti un biglietto con l’indirizzo di casa e la preghiera di riportarla indietro se si fosse smarrita, un po’ come si fa con le agende.
La povera Celenia non ricordava nulla di nulla, se non un’unica strada, di sola andata, per il cinema. Ovviamente non volevano farla uscire da sola, ma lei di tanto in tanto riusciva a scappare. Scappava ed andava alla sala di proiezioni di Sestri. E poiché la memoria era quella che era, dopo la prima proiezione Celenia dimenticava il film appena visto, al quale assisteva di nuovo, con rinnovata gioia, spesso dalle dieci e mezza del mattino alle dieci e mezzo di sera. I miei conoscevano sia la maschera che il cinema, e quando Celenia riusciva a fuggire chiamavano il cinema, e la trovavano sempre. La maschera del cinema era una persona piuttosto anziana che faceva i biglietti per poi strapparli. La sera chiudeva lui, e se Celenia era ancora lì (ed in genere c’era), la prendeva sottobraccio e la riaccompagnava a casa fra le sue proteste ("ma no, proprio adesso che comincia!"). Era il mondo in cui i pensionati potevano stare tutto il giorno in un bar consumando solo una spuma, e non riesco a fare a meno di pensare con tenerezza a questi due vecchietti che sottobraccio se ne tornavano a casa, una senza sapere dove si stesse andando e l’altro che lo sapeva fin troppo bene. Una storia piccola così, l’unica memoria che ho di bisnonne e cinema.

 
  Note per Bisnonne e cinema "Bisnonne e cinema" tratta di persone vere, della mia famiglia, ma che per motivi anagrafici non ho mai conosciuto. Inizia riferendosi ad un altro racconto che non è indispensabile avere letto, e riguarda in qualche modo la cifra poetica che le persone anziane possono avere, e che noi siamo così disabituati a cogliere. Non ho mai conosciuto Celenia, era morta molti anni prima della mia nasciata, e quindi non sono stato testimone di nulla di quanto raccontato, o forse dovrei dire riportato perché si tratta di racconti che ho sentito sostanzialmente da mia madre. Però la mia bisnonna aveva un nome melodioso, e l'affetto per lei è passato a me attraverso due generazioni. Mi pare fosse una persona notevole, ma forse lo era ancora di più l'Italia nel Dopoguerra. Non saprei dire altro, mi piaceva e l'ho scritto, più fedelmente che ho potuto ma lasciando spazio al cuore.
 

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